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A Venezia il cinema diventa politica tra Bertolucci, Palestina e le ferite di una carriera controcorrente

di Tommaso Martinelli -


Susan Sarandon non ha mai separato il cinema dalle scelte personali e politiche. Icona di Thelma & Louise, premio Oscar per Dead Man Walking. A 79 anni, a Venezia 83 ha accompagnato in concorso The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, al cinema da oggi, accanto a Luca Marinelli. Il film nasce dall’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci.

Che donna è Ava?

«Deve ricominciare senza l’uomo che ha amato e con cui è stata per molto tempo. Mi ha colpito una battuta: “Non voglio più spogliarmi davanti a nessuno, perché adesso vedrebbero soltanto una donna anziana”. È vulnerabile, ma è una sopravvissuta».

Quanto c’è di lei nel personaggio?

«Non so esattamente quanto. Di sicuro non ho mai provato l’eroina: credo sia l’unica cosa che non abbia mai fatto! Però anch’io sono stata ferita, ho amato molto e ho avuto lunghe relazioni che poi sono finite».

Nel film canta. È stato difficile?

«Moltissimo, perché io non canto. Mi sono sentita incredibilmente vulnerabile, ma era giusto per Ava. Luca Marinelli è stato fondamentale: ci siamo aiutati e i nostri personaggi rinascono attraverso il loro rapporto».

The Echo Chamber porta con sé l’ultima sceneggiatura di Bertolucci. Che ricordo conserva?

«Conobbi Bernardo perché sono stata con Louis Malle per alcuni anni e loro erano molto amici. Era divertente. Quando vidi Il conformista non sapevo che il cinema potesse fare una cosa del genere. L’ho rivisto con mio figlio: è ancora incredibilmente moderno. Credo che Bernardo sarebbe felice di questo film: c’è molto del suo mistero, del suo umorismo e della sua stranezza».

Ha ritrovato quella sensibilità in Andrea Pallaoro?

«Sì. Andrea ha una sensibilità molto europea, molto italiana. Racconta non soltanto con le parole, ma soprattutto con le immagini. Ha lasciato che il pubblico si affidasse ai confini sfocati tra passato, presente e futuro».

Lei sostiene che ogni film sia politico.

«Per me è così, perché ogni film contesta oppure rafforza lo status quo. Anche una commedia che ti dice per quale coppia fare il tifo compie una scelta. Il cinema può mettere in discussione stereotipi e raccontare storie differenti».

E sulla Palestina?

«Raccontare storie permette di provare empatia per persone o culture con cui non pensavamo di entrare in sintonia. Non penso che ciò che accade in Palestina possa essere risolto alla Mostra di Venezia, ma le storie possono cambiare lo sguardo».

Le sue prese di posizione hanno inciso sulla carriera?

«Nell’industria non è cambiato molto. Ci sono ancora agenzie che chiedono ai registi di non darmi un ruolo. A livello internazionale, invece, ci sono molti progetti nei quali mi sento accolta. Io ho trovato la mia famiglia, ho trovato le mie persone».

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