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Esteri

La geopolitica del tuffo: così la Spagna di Sánchez è affondata nel cavillo di Ceuta

Tra scappatoie legali e pressioni da Rabat, il cortocircuito di Sánchez a Ceuta svela la fragilità spagnola nell'asse con gli USA

di Anna Tortora -


Accade talvolta che la realtà geopolitica superi d’un balzo l’immaginazione dei migliori sceneggiatori di satira d’oltreoceano. Prendete Ceuta, minuscolo brandello d’Europa incastrato sulla costa nordafricana, trasformatosi in queste ore nella scenografia perfetta per un grande teatro dell’assurdo. Da una parte figura Pedro Sánchez, paladino dell’accoglienza patinata e della narrazione progressista; dall’altra il Re del Marocco, che la geografia non l’ha mai considerata un’opinione e da sempre guarda a Ceuta e Melilla come a due stanze di casa propria occupate abusivamente dal vicino.
In mezzo, il fattore scatenante: il ribaltamento delle regole del gioco al confine.

Il cortocircuito del confine: se saltate il muro è no, se nuotate scatta la burocrazia

Per anni l’accordo tra Madrid e Rabat ha funzionato secondo una logica elementare, quasi svizzera: provi a saltare la recinzione di Ceuta? La polizia spagnola ti impacchetta e la gendarmeria marocchina ti riprende al volo. Un meccanismo oliato, cinico quanto si vuole, ma rapido.

Poi, però, emerge in tutta la sua forza l’asimmetria delle tutele legali: le riammissioni dirette e immediate (le cosiddette devoluciones en caliente applicabili alla barriera fisica di terra) sfumano non appena si entra in acqua. Chi arriva dal mare a nuoto o su mezzi di fortuna cade immediatamente sotto l’ombrello del diritto marittimo e delle garanzie internazionali. In mare scatta il soccorso, si tocca il suolo spagnolo e partono le identificazioni individuali, l’assistenza legale, le pratiche d’asilo. Niente riconsegna istantanea al confine: ogni eventuale allontanamento richiede un iter amministrativo lungo e pienamente ricorribile.

Inutile dire che a Rabat non sono esattamente degli sprovveduti. Hanno colto al volo la falla procedurale. Risultato? Nel giro di poche ore le maglie della polizia marocchina si sono allentate e migliaia di persone hanno preso il largo a nuoto verso l’Europa. Un aggiramento del trattato coordinato con chirurgica precisione contabile, dove il vincolo procedurale del diritto d’asilo si è trasformato nella rampa di lancio perfetta per la pressione migratoria di Mohammed VI.

L’asse Washington-Rabat e lo schiaffo a Sánchez

Pensare che sia soltanto una questione di nuotatori significa fermarsi alla superficie. Per cogliere il senso occorre alzare lo sguardo verso la Casa Bianca. Sánchez ha voluto fare la voce grossa in politica estera, mettendosi di traverso sugli scenari in Medio Oriente e irrigidendosi sull’uso delle basi congiunte di Rota e Morón? La risposta d’oltreoceano non si è fatta attendere, arrivando con quel tono tra il diplomatico e il brutale tipico del realismo americano: Guardate che noi le basi ci mettiamo un attimo a spostarle in Marocco.

Dopotutto, Rabat rappresenta uno storico alleato di Washington (il primo Stato a riconoscere gli USA, ricordano sempre con orgoglio a Casablanca), blindato dagli Accordi di Abramo e dal riconoscimento americano della sovranità sul Sahara Occidentale. Tradotto dal linguaggio della diplomazia a quello della strada: la Spagna si ritrova isolata, con gli americani che strizzano l’occhio al Marocco e quest’ultimo che usa il rubinetto dei flussi umani per ricordare a Madrid chi controlla davvero la porta di casa.

L’impasse della Moncloa

Mentre l’opposizione spagnola urla all’invasione e minaccia il fuoco d’artificio politico, Sánchez sprofonda nel vicolo cieco definitivo. Dispone l’invio delle forze armate a Ceuta, vola d’urgenza sul posto con il ministro dell’Interno, ma oppone un rigido rifiuto alla dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale per evitare di spianare la strada alla Destra. O, forse, l’emergenza non c’è…

Un equilibrismo imbarazzante, con la Commissione Europea che osserva con freddezza e il Governo Meloni che alza la posta paventando apertamente la sospensione degli accordi di Schengen nei confronti della Spagna per evitare che l’incapacità di gestione della Moncloa travolga i confini dell’intero continente.

Ceuta e Melilla non sono Gibilterra (che la Spagna rivendica da Londra) e non sono le Malvinas. Rappresentano territorio sovrano spagnolo da ben quattro secoli. Ma quando la politica interna sprofonda nei cavilli procedurali e la politica estera scambia la diplomazia per un’assemblea studentesca, la sovranità rischia di trasformarsi in un concetto relativo.

Il risultato resta scolpito nei fatti: Sánchez affoga nelle sue stesse contraddizioni, il Marocco incassa, e l’Europa scopre che per paralizzare uno Stato continentale non serve un esercito. Basta l’asimmetria di una procedura legale e qualche centinaio di metri a nuoto.

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