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Diritto alla riparazione: come funziona

La direttiva Ue finalmente mette fine all'obsolescenza programmata. Oppure no?

di Giovanni Vasso -


Con la direttiva che istituisce il diritto alla riparazione in Europa, è giunta l’ora di dire basta al consumismo. Sì, va bene. Forse è troppo. Anzi, sicuramente. Ma con la direttiva sul diritto alla riparazione dei prodotti elettrici, Bruxelles vuole mettere una pezza alle storture del mercato. Quelle, per capirci, che ci hanno insegnato a buttare, direttamente, gli elettrodomestici rotti e a comprarne di nuovi. Non è certo una novità: da anni si parla di obsolescenza programmata e i consumatori si lamentano perché quasi magicamente, quando scadono i termini di garanzia, i nostri smartphone, le nostre lavatrici, i nostri frigoriferi e i nostri elettrodomestici finiscono per fare le bizze e, poi, per rompersi. Definitivamente, dal momento che, ogni qualvolta ci siamo trovati a portarli ad aggiustare ci siam sentiti dire che, per quello che si spenderebbe ad aggiustare, è meglio comprare un oggetto nuovo.

Diritto alla riparazione: come funziona

Ecco, l’Ue ha intenzione di intervenire proprio su questo. Per una ragione fondamentale. No, non c’entra niente il green né la volontà di evitare nuove emissioni dell’onnipresente Co2. La questione è molto più banale e, in un certo senso, dolorosa. L’Europa ha poca disponibilità di materie prime, rischia di scivolare fuori dalle catene di approvvigionamento, e perciò bisogna fare di necessità virtù. Ecco perché, finalmente, pure a Bruxelles si sono accorti che certe pratiche, ormai consolidate, andavano fermate. E subito.

Un iter travagliato

La direttiva sul diritto alla riparazione parte da lontano. È entrata in vigore due anni fa. Impone ai fabbricanti di offrire riparazioni anche fuori dai termini della garanzia legale e a prezzi che siano, effettivamente, accessibili per le famiglie. Dovranno, inoltre, fornire chiaramente sui loro siti web i termini dei servizi di riparazione offerti ai consumatori. Tempi e prezzi indicativi, innanzitutto. E si dovranno astenere dal ricorrere a pratiche che impediscano o scoraggino i clienti dalla riparazione stessa. Insomma, non dovrà più succedere che, entrando in un negozio, un commesso ci consigli di comprare un tostapane nuovo perché a riparare il nostro si spende più di quanto valga. Naturalmente, oltre ai prezzi, dovranno essere ragionevoli anche i tempi per le riparazioni. La Commissione, inoltre, si è impegnata ad allestire una piattaforma online che servirà agli utenti per cercare, e trovare, riparatori. E gli Stati membri, da parte loro, dovranno essere responsabili di metter su le reti territoriali e di registrare gli artigiani e gli operatori. Se tutto andrà come deve andare, almeno secondo le stime della direttiva, la piattaforma online dovrà essere attiva già all’inizio del 2028. Insomma, se ne andranno altri due anni.

Le (vere) ragioni della svolta

È chiaro: agli operatori, alle aziende, non è che piaccia granché questa norma. E questa opposizione va rintracciata, oltre che nei tempi lunghi che s’è presa la Commissione per renderla finalmente attuabile, anche nelle parole del commissario Ue alla sovranità tecnologica Henna Virkunnen: “L’Europa non deve diventare un continente che abbandona la tecnologia”, s’è quasi scusata. Ma il tempo stringe e le circostanze non consentono più il laissez faire tollerato finora: “Il futuro è intelligente, riparabile e circolare. semplificando la riparazione, sosteniamo l’innovazione, rafforziamo l’industria europea e riduciamo la nostra dipendenza dalle importazioni di materie prime”.


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