Il rottamatore in cerca del seggio
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Matteo Renzi pontifica dal pulpito della Versiliana decretando la morte del centro e invitando tutti a convergere nel cosiddetto campo largo; ma la cruda realtà è che se oggi l’area moderata non esiste più e viene percepita dai cittadini come un vuoto opportunismo la colpa è proprio di personaggi come lui.
Lontano anni luce dalla coerenza e dai valori profondi che un tempo animavano la Democrazia Cristiana, l’ex premier ha ridotto il centro a un mero cartello elettorale buono per ogni stagione, uno strumento spregiudicato per saltare indifferentemente da un’alleanza all’altra e governare a prescindere dal voto popolare.
Renzi, da rottamatore a manovratore di palazzo
Colui il quale si era presentato sulla scena politica nazionale con l’ambizione sacra del rottamatore si è rapidamente trasformato nella più cocente e duratura delusione della Seconda Repubblica, un abile manovratore di palazzo sempre pronto a nullificare la sovranità popolare attraverso governi tecnici e inciuci parlamentari.
D’altronde, sono oltre trent’anni che gli italiani eleggono direttamente i sindaci e da oltre un quarto di secolo i presidenti di Regione, dimostrando di possedere una maturità democratica che i voltagabbana della politica continuano a ignorare pur di spartirsi poltrone. Però questo diritto gli è colpevolmente negato per il governo nazionale. Si rischierebbe la dittatura, a detta di alcuni, se scegliesse il popolo. Quando invece i governi vengono imposti dal palazzo per loro si tratta di democrazia.
Il becchino del centro, ora stampella della sinistra
Renzi rappresenta il becchino del centro italiano, un becchino che dopo averne fatto strage prova oggi a riciclarsi come indispensabile stampella della sinistra, tentando persino in passato di fagocitare alleati come Carlo Calenda in accordi capestri non privi di una certa spregiudicatezza tattica.
Provare a ripulire la facciata riesumando operazioni di maquillage politico o scommettendo su figure di facciata non cancella l’evidenza. Dalla stragrande maggioranza degli elettori Matteo Renzi è percepito come una volpe in un pollaio, un elemento di profonda tossicità politica che non fa che confermare i timori di chi vede in lui un corpo estraneo e indigesto a qualunque schieramento.
Perché la sinistra non dovrebbe imbarcare Renzi
Come spesso ripete Marco Travaglio, portarsi a casa Renzi non è affatto un buon affare, e men che meno lo è per la sinistra; un’area progressista che già fatica enormemente a trovare una sua sintesi programmatica rischia l’implosione definitiva imbarcando un personaggio la cui storia è sinonimo di rottura sociale e antipatia viscerale. Pensare che milioni di elettori di sinistra possano turarsi il naso e votare coalizioni in cui sguazza l’inventore del Jobs Act, l’alfiere dei governi trasversali è una pia illusione che condanna il centrosinistra all’eterna sconfitta, dimostrando che quando Renzi predica l’unità della coalizione sta semplicemente recitando l’ennesima parte di una commedia buona soltanto a garantirgli una poltrona in Parlamento e a portarsi una pattuglia di fedelissimi, per i suoi tatticismi di palazzo.
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