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Cronaca

La “bomba” di Lavitola ha fatto esplodere Report

Il "metodo Report" presenta le sue prime, irreversibili incrinature, trasformando il tempio del giornalismo d’inchiesta in una cristalleria che va in frantumi

di Angelo Vitale -

Valter Lavitola


Valter Lavitola in carcere e l’ufficializzazione del mandato per l’intermediario camerunense Gomes Clesio Tavares sono i titoli che la Procura di Roma regala alle cronache d’agosto a secco.

L’arresto di Lavitola

Ma, sotto la polvere dell’esplosivo fatto brillare a casa di Sigfrido Ranucci nell’ottobre 2025 persistono ancora ombre che il racconto ufficiale non riesce a diradare.

L’attentato dell’ottobre scorso davanti all’abitazione del giornalista e conduttore di Report Sigfrido Ranucci è stato commissionato “da Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i “progetti” dell’indagato “in ambito politico”.

È quanto riportato nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale il gip di Roma Iole Moricca ha disposto il carcere per Valter Lavitola.

“Se infatti lo scopo era quello di favorire l’ascesa politica del giornalista Ranucci ed evidentemente assicurarsi per sé un ruolo di primo piano nel nuovo scenario politico ipotizzato”, si legge nell’ordinanza..

“E’ indubbio che nella ideazione dell’indagato Lavitola, agli occhi della vittima e dell’opinione pubblica l’evento delittuoso doveva apparire come un atto intimidatorio o ritorsivo, comunque un avvertimento rivolto al giornalista Ranucci per intimorirlo rispetto alla prosecuzione delle sue inchieste, ma mai per porre in effettivo pericolo l’incolumità del giornalista”.

Un attentato per finta

Un attentato per finta, insomma, a sentire il Gip. Ma la vera deflagrazione è interna.

Il “metodo Report” presenta le sue prime, irreversibili incrinature, trasformando il tempio del giornalismo d’inchiesta in una cristalleria che va in frantumi. Non è solo la narrazione dei “giornali di destra” a descrivere una redazione spaccata.

Il Corriere della Sera solleva il velo su un clima dove l’inchiesta rischia di mutare in “giornalismo di teorema”, definito dall’ad Rai Giampaolo Rossi come un “rischio cancerogeno per la democrazia”.

La “bomba” interna è il dissenso che monta contro la gestione di Ranucci. Un conduttore sempre più solo e di fatto “commissariato” dai suoi stessi inviati. A nulla servono i pallottolieri de Il Fatto Quotidiano, che conta ossessivamente gli attacchi per bollarli come complotti orchestrati da Fratelli d’Italia.

La crepa è profonda

Inviati di grido come Paolo Mondani, colonna storica della trasmissione, hanno rotto il muro del silenzio. Mondani difende la testata ma non ha esitato a dichiarare pubblicamente che il rapporto “amicale” tra Ranucci e un personaggio come Lavitola merita “critiche anche severe”.

Poi, l’attacco frontale di parte della squadra riguarda un’altra “abitudine” di Ranucci: la discesa in campo politica. La sua partecipazione al comitato per il “No” al referendum, esposta sul palco accanto a Elly Schlein, Giuseppe Conte e Maurizio Landini, ha squarciato il dogma della neutralità del servizio pubblico.

Per chi ha fatto dell’indipendenza assoluta un marchio, un’eresia che ha alimentato il fuoco del dissenso interno. Ranucci tenta di serrare i ranghi parlando di “redazione unitissima”. Ma il sospetto di una falange che perde pezzi è ormai diffuso.

Il vero mistero, ancora tutto da conoscere: come il “metodo Report” stia implodendo sotto il peso delle proprie ambiguità relazionali.

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