Il paradosso dell’Europa: frontiere comuni, responsabilità divise
La politica migratoria attuale e quella del futuro.
L’Europa continua a discutere di immigrazione come se il problema fosse scegliere tra porte aperte e muri. La questione vera è se un continente che invecchia, perde forza lavoro e pretende di difendere il proprio welfare possa permettersi flussi che non sa programmare, selezionare e governare.
Mancano lavoratori? Arriveranno da fuori. Restano scoperti i mestieri più faticosi? Li faranno gli immigrati. Ma importare braccia senza costruire integrazione, formazione, legalità e mobilità sociale significa accumulare fragilità. Soprattutto quando una quota rilevante degli ingressi finisce nei settori a bassa produttività, nel lavoro povero o nelle zone grigie del sommerso.
Nel frattempo è cambiato il mondo. Le rotte migratorie non sono più soltanto l’esito di guerre, povertà e aspirazioni individuali. Possono diventare strumenti di pressione tra Stati, leve negoziali, componenti delle nuove guerre ibride. Paesi di origine e di transito hanno capito che controllare una frontiera significa possedere una moneta geopolitica.
Per questo la politica migratoria del futuro non può limitarsi a distribuire quote e costi. Deve legare ingressi regolari, fabbisogni professionali, accordi con i Paesi terzi, controllo delle frontiere e rimpatri effettivi di chi non ha titolo per restare. Deve anche utilizzare meglio chi già vive in Europa, immigrati compresi, investendo su competenze, produttività e tecnologie invece di inseguire all’infinito nuova manodopera a basso costo.
È qui che esplode il paradosso europeo. Abbiamo costruito un sistema molto sofisticato nel proclamare diritti e molto debole nel distribuire responsabilità. La libera circolazione presuppone una frontiera comune; l’asilo, invece, continua a scaricare una parte decisiva dell’onere sui Paesi di primo ingresso. Quando la pressione cresce, la solidarietà diventa negoziato e Schengen torna improvvisamente reversibile.
Ceuta è la fotografia di questa ipocrisia. La Spagna sceglie una vasta regolarizzazione degli stranieri già presenti; quasi contemporaneamente una pressione eccezionale dal Marocco mette alla prova la frontiera. Madrid reagisce con respingimenti contestati. Altri Stati, Italia compresa, temono i movimenti secondari e riscoprono controlli che, quando erano invocati dai Paesi mediterranei, venivano spesso giudicati con fastidio. La Germania, a sua volta, insiste sui trasferimenti verso i Paesi di primo ingresso. Ognuno difende il proprio cortile e chiama “Europa” ciò che gli conviene.
Il difetto, dunque, non nasce a Ceuta. Viene da lontano: gli Stati hanno custodito gelosamente la sovranità sulla programmazione dei flussi, affidando all’Unione soprattutto l’armonizzazione delle tutele. Dublino ha consolidato quella scelta. Ne è uscito un ossimoro politico prima ancora che giuridico: diritti tendenzialmente europei, costi e responsabilità prevalentemente nazionali.
Finché questa contraddizione reggeva, si poteva rinviare. Oggi non più. Germania, Francia, Italia e Spagna concentrano una parte decisiva dei flussi e hanno interessi diversi, ma nessuna può governarli da sola. Serve una convergenza che sostituisca la retorica con criteri verificabili: quanti ingressi, per quali lavori, con quali obblighi di integrazione, quali controlli e quali rimpatri.
Ceuta, allora, non è l’incidente che rompe il sistema. È lo specchio che lo mostra per quello che è. L’Europa ha voluto frontiere comuni senza una vera politica migratoria comune. Adesso presenta il conto. Il rinvio non è più una via.
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