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Editoriale

Meta paga, ma non ammette colpe. Che paradosso

di Adolfo Spezzaferro -


Meta paga, ma non ammette colpe. È questa la contraddizione insita nel patteggiamento nello storico processo negli Usa con ben 47 stati, il Distretto di Columbia e i territori statunitensi.

La big tech di Zuckerberg pagherà 17,1 miliardi di dollari, è il prezzo per non dover riconoscere alcuna responsabilità diretta nell’aver favorito la dipendenza da social nei minori. Come dire, meglio un assegno (monstre) oggi che un verdetto domani, con conseguenze incalcolabili (non solo in termini di soldi).

Ma se Meta accetta di modificare le proprie piattaforme, imponendo limiti di utilizzo, blocchi notturni e correttivi alle funzioni dei social che più danno dipendenza, ci chiediamo: perché modificare ciò che, secondo la stessa azienda, non avrebbe causato rischi? Certo, il patteggiamento non è una confessione. È però un segnale: la tutela dei minori non può essere affidata all’autoregolamentazione.

Meta non ammette colpe, ma accetta di cambiare le regole. Sbagliando s’impara: le istituzioni Usa non aspettino di dover portare a processo pure le big tech dell’Ia, mettano subito dei paletti.

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