Caporalato e sovranità criminale nei ghetti
Il corpo di Sadam Houssain, bracciante pachistano di 32 anni, è stato trovato nel bagagliaio della sua auto a Borgo Mezzanone. Era scomparso il 4 agosto. L’autopsia ha accertato che è stato percosso e colpito con diverse coltellate.
La Procura di Foggia indaga per omicidio. Si ipotizza un regolamento di conti legato al controllo del lavoro e del trasporto dei braccianti, ma saranno le indagini a stabilire responsabilità e movente. Borgo Mezzanone non è soltanto una baraccopoli. È il confine interno di una Repubblica che proclama diritti universali e tollera luoghi nei quali lavoro, trasporto, alloggio e silenzio dipendono da poteri informali. Il caporalato non è un’irregolarità del mercato.
È un sistema economico e criminale che controlla persone e territorio. Dove il caporale decide chi lavora, quanto guadagna e come vive, nasce una sovranità parallela. Una ferita in cui sopravvive l’irrisolta questione meridionale. Servizi deboli e lavoro povero lasciano spazio a poteri sostitutivi dello Stato. La Capitanata conosce il significato storico di questa regressione. È la terra di Giuseppe Di Vittorio, figlio di braccianti, nato a Cerignola e costretto bambino a lasciare la scuola per lavorare nei campi.
Dai “cafoni” senza voce delle campagne pugliesi nacquero leghe, Camere del lavoro e una coscienza politica capace di trasformare miseria e subordinazione in cittadinanza. Di Vittorio divenne una delle figure più alte del sindacalismo europeo e, con Achille Grandi e l’eredità di Bruno Buozzi, contribuì al sindacato libero del Patto di Roma. Nel 1911 fu segretario della Camera del lavoro di Minervino Murge, luogo di lotte bracciantili. È anche il paese che mi ha dato i natali e la formazione dalla quale traggo il senso del mio mandato. Lì ho appreso che rappresentare non significa parlare al posto dei lavoratori, ma dare forza e forma democratica alla loro voce.
La tradizione del conflitto democratico rese possibile, nel 1981, il sindacato di polizia. La legge n. 121 smilitarizzò il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza e riconobbe rappresentanza ai lavoratori in uniforme, sino ad allora considerati numeri senza volto. Il sindacato restituì al poliziotto la condizione di cittadino e lavoratore senza indebolirne la funzione al servizio dello Stato. È il filo che unisce bracciante e poliziotto. Ruoli differenti, ma una dignità che nessuna necessità può cancellare. Il sindacato nasce quando il lavoro cessa di essere anonimo e la persona conquista voce, diritti e responsabilità.
Oggi la modernità globalizzata riporta indietro l’orologio della storia. L’agricoltura chiede manodopera, l’immigrazione la rende disponibile e le leggi promettono regolarità. Ma senza trasporti legali, abitazioni dignitose, intermediazione pubblica e controlli, il bisogno produce dipendenza e alimenta il potere criminale. Il lavoratore accolto diventa socialmente clandestino, visibile nei campi e invisibile nei diritti. Poliziotti e carabinieri possono colpire le reti criminali, non sostituire le politiche del lavoro, dell’abitare, dei trasporti, della salute e dell’integrazione.
La repressione arriva quando il reato è già consumato. La politica prima, la sicurezza e la giustizia poi, devono impedire che un bisogno essenziale sia amministrato da un potere illegale. Le campagne straordinarie di vigilanza e le risorse annunciate per superare gli insediamenti informali sono passi necessari, ma saranno credibili se diventeranno presìdi, abitazioni e trasporti accessibili. Il Ministero dell’Interno, attraverso il Dipartimento della pubblica sicurezza, dovrebbe valutare, nei territori più esposti, uffici investigativi dedicati al caporalato nelle questure e nei commissariati, inseriti nel coordinamento dei prefetti.
Non nuove etichette, ma presìdi capaci di conoscere il territorio, dialogare con lavoratori e sindacati e coordinare l’azione investigativa con quella amministrativa e sociale. La Polizia di Stato, civile per ordinamento e cultura democratica, sa bene che affermare i diritti del lavoro significa prevenire la criminalità. Sono l’humus della coesione sociale e la prima difesa contro chi trasforma il bisogno in ricatto. Ma occorre un coordinamento più efficace tra prefetti, questori, magistratura, Forze di polizia, ispettorati, Comuni e sindacati. Servono controlli sulle filiere, trasporti sottratti ai caporali, collocamento trasparente e percorsi abitativi oltre i ghetti.
Anche l’impresa va protetta dalla concorrenza di chi comprime salari, sicurezza e dignità. Il problema viene da lontano e attraversa decenni di omissioni e la trasformazione delle classi dirigenti. Dopo la caduta del Muro, una parte della politica nata per rappresentare il lavoro ha selezionato i propri gruppi dirigenti sempre meno nelle fabbriche, nelle campagne e nei territori, sempre più negli apparati, nelle oligarchie professionali o nei buoni salotti. Smarrite le radici sociali, ha cercato supplenza in culture movimentiste, antagoniste o trasformiste, non sempre coerenti con la propria tradizione, finendo per confondere consenso e rappresentanza, pronunciando la parola diritti senza abitare i luoghi nei quali vengono negati.
Non si governa l’immigrazione consegnando i migranti ai caporali. Non si difende l’agricoltura se il suo valore nasce dall’umiliazione. Non si onora il lavoro mentre, nella terra dei braccianti e delle lotte sindacali, ricompare la soggezione feudale dalla quale Di Vittorio contribuì a emanciparli. La storia non ritorna con gli stessi abiti. Talvolta una modernità di plastica, priva di coscienza sociale e politica, riconsegna al presente le peggiori servitù del passato.
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