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Esteri

Lo Stato Islamico a scuola di mafia

I figli di Trump e Netanyahu nel mirino del regime iraniano: una pressione psicologica che colpisce la famiglia per far vibrare il potere

di Andrea Fiore -


Le ultime ore hanno mostrato un fenomeno che scorre di lato e incide come una lama: due nomi, Yair Netanyahu e Barron Trump, sono stati catapultati in un territorio che non hanno scelto, usati come leve emotive in giochi di potere che non controllano.

I “simpatici” leader dello Stato Islamico — noti per la loro sensibilità nel campo dei diritti umani — hanno messo in atto due operazioni diverse, con lo stesso principio: sfiorare la famiglia per far tremare il nemico, usare quei cognomi che pesano come macigni.

Il metodo mafioso entra nella politica internazionale di taglio. Una pressione laterale mirata, come il polpastrello di un riflessologo che preme in un punto preciso del piede, sapendo già quale organo sta chiamando, quale riflesso sta attivando. Non serve colpire: basta far intuire che le misure sono già state prese tra chi manda il messaggio e chi lo riceve.

I figli di… diventano superfici dove far scorrere la tensione. Non sono bersagli reali, ma hanno il cognome giusto che fa rumore. La politica ha preso quel metodo e lo ha trasformato in un linguaggio che funziona maledettamente.

Perché l’immaginario collettivo semplifica tutto, pensando che gli Stati Uniti e Israele, avendo eliminato Ali Khamenei, non possano certo aspettarsi dei mazzi di fiori da parte del figlio.

Ma la realtà è molto più complessa, e la complessità è il peggior nemico dei regimi totalitari, dove i messaggi devono essere privi di sfumature — “Credere, obbedire, combattere” — evitando che le persone sviluppino dubbi o spirito critico.

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