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L’invasione silenziosa del granchio blu avanza

Il commissario straordinario Enrico Caterino punta sull’interoperabilità dei dati tramite il Polo Strategico Nazionale, con una Banca Dati Nazionale che dovrebbe fungere da ossatura per un futuro National Focal Point

di Dave Hill Cirio -


Siamo ad agosto 2026 e le coste italiane stanno affrontando una delle crisi ecologiche e produttive più violente: l’invasione silenziosa del granchio blu avanza.

Cosa succede ai nostri mari?

Ma osservando i movimenti dei palazzi romani, si ha l’impressione di trovarsi davanti a una macchina del tempo inceppata, dove il “presente” legislativo è un fossile del passato.

Il 23 luglio scorso, il ministero dell’Agricoltura e della Pesca ha finalmente firmato il decreto che riconosce il carattere di eccezionalità della diffusione del granchio blu.

Il paradosso?

Il provvedimento si riferisce alle calamità dell’anno 2025. Mentre i pescatori del Veneto e dell’Emilia-Romagna combattono un’emergenza 2026 che evolve in tempo reale, con popolazioni di predatori che si moltiplicano a ritmi esponenziali, lo Stato risponde con la lentezza della sua burocrazia, ufficializzando ristori per danni subiti dodici mesi fa.

Questa sfasatura cronologica, la prova tangibile di una scollatura profonda tra i tempi della natura e quelli della politica.

L’ecosistema marino muta ogni ora

I rilievi tecnici sono sistematicamente superati dai fatti. Il “livello di utilità” di un indennizzo che arriva con un anno di ritardo è, per la resilienza del settore, prossimo allo zero.

Ma il vero “colpo di grazia” è celato nei requisiti d’accesso: per ottenere i fondi, le imprese devono dimostrare una riduzione della produzione pari ad almeno il 30% rispetto alla media del triennio precedente.

Una trappola statistica

In un ecosistema dove la produzione di vongole è stata “quasi del tutto cancellata” già dalla primavera 2023, calcolare un ulteriore crollo del 30% su una media che include già anni di disastro è un’impossibilità matematica. Una beffa burocratica che ignora il grido d’allarme per oltre 2mila famiglie.

E il commissario cosa fa?

A confermare l’insufficienza del sistema è lo stesso Piano Commissariale: a fronte di un fabbisogno reale di 17 milioni di euro richiesto dalle Regioni per il Fondo di Solidarietà Nazionale, lo Stato ha ammesso che le risorse assegnate sono “insufficienti”.

Un vuoto finanziario proprio mentre i danni stimati superano la soglia critica dei 200 milioni. Limitare l’attenzione al solo granchio blu è poi un errore strategico fatale. Il crostaceo è solo la punta dell’iceberg di un’invasione aliena che il quadro normativo del Regolamento Ue del 2014 sulle specie esotiche invasive non riesce a contenere.

L’Italia, già deferita dalla Commissione Europea nel 2023 per non aver attuato i piani d’azione contro i vettori di introduzione, naviga oggi in un mare di incertezze giuridiche.

Il bollettino della colonizzazione è spaventoso

Sono 88 le specie di rilevanza monitorate per i loro effetti devastanti su biodiversità ed economia, 47 già stabilmente insediate. E, nonostante sia classificato come una delle “100 specie esotiche invasive peggiori nel Mar Mediterraneo”, il granchio blu è ancora solo un candidato all’elenco ufficiale.

Questa zona grigia impedisce una gestione strutturale

Il commissario straordinario Enrico Caterino punta sull’interoperabilità dei dati tramite il Polo Strategico Nazionale, con una Banca Dati Nazionale che dovrebbe fungere da ossatura per un futuro National Focal Point.

Intanto, il mare continua a produrre biomasse aliene che la legge impedisce di gestire come risorsa economica, trasformandole in un vicolo cieco normativo.

La narrazione dell’invasione risolta a tavola?

E’ stata una pericolosa illusione commerciale. Le rigidità del Regolamento, una ghigliottina: per le specie invasive, l’uso commerciale può essere autorizzato solo temporaneamente.

Il vero scacco matto economico, la gestione delle biomasse. Gli esemplari non commerciali — come le femmine capaci di deporre fino a 2 milioni di uova l’anno e i piccoli — classificati come sottoprodotti di origine animale.

In pratica, un “rifiuto speciale”, un onere insostenibile. Un pescatore che porta a riva il by-catch senza una filiera di smaltimento precedentemente autorizzata rischia di essere trattato come uno smaltitore illegale di rifiuti.

Il confronto con i vicini di casa nel Mediterraneo è umiliante

La Tunisia ha risposto all’invasione con 49 stabilimenti di trasformazione, generando nel 2025 ben 25 milioni di euro di esportazioni.

L’Italia, invece, affoga i propri consorzi in costi di smaltimento che rendono la pesca un debito.

Con aiuti de minimis ridicoli rispetto a un danno di 200 milioni, lo Stato sta di fatto chiedendo ai pescatori di fare i netturbini del mare a proprie spese.

Il territorio è diventato il laboratorio di soluzioni “fai-da-te” spesso grottesche

Il recente episodio dei polpi liberati in Emilia-Romagna come predatori naturali, l’emblema di questa navigazione a vista. Coldiretti Pesca ha perciò lanciato un monito chiaro: basta con soluzioni estemporanee.

La vera risposta naturale

Sarebbe l’incentivazione della spigola, predatore autoctono con un impatto ecologico calcolabile. Caterino definisce il suo Piano come un approccio “graduale, sperimentale e adattativo”. Parole che possono essere lette come “troppo poco, troppo tardi”. La gradualità è un lusso che il Mare Adriatico, dove la produzione di vongole è stata “quasi del tutto cancellata”, non può più permettersi.

Mentre emerge anche la cautela di Ispra e Cnr che temono danni irreversibili ai siti Natura 2000.

Una possibile svolta, solo con un cambio di paradigma totale. Una filiera di contenimento che trasformi lo smaltimento delle biomasse in un servizio pubblico gestito dallo Stato, liberando i pescatori dal paradosso dei rifiuti speciali. Un Piano nazionale di coordinamento delle ricerche che smetta di “sperimentare” sulla pelle di 2mila famiglie e detti regole d’ingaggio chiare.

Quali altre soluzioni, se non queste?

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