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Politica

L’equivoco del mantra, la fatica della complessità e la lezione del liberalismo

Una critica al dogma dell'europeismo a tutti i costi e una riflessione sul ruolo della Destra liberale di fronte alla burocrazia dell'Unione Europea

di Anna Tortora -


L’ossessione per i bollini di garanzia e la rincorsa alle formule consolatorie producono spesso un curioso effetto ottico: la pretesa che basti pronunciare un aggettivo per mettere in salvo il merito dei problemi. Nel dibattito pubblico contemporaneo, la parola “europeista” è diventata esattamente questo: una formula magica, una patente di legittimità da esibire al casello dell’ortodossia politica per evitare di pagare il pedaggio dell’analisi critica.

Ci si ritrova così schierati in una tifoseria permanente, dove la complessità delle decisioni comunitarie viene piallata in nome di una contrapposizione binaria. Se sei a favore di qualsiasi direttiva arrivi da Bruxelles — che si tratti di vincoli di bilancio, transizione ecologica a tappe forzate o dettagli sulla forma dei cetrioli — sei “europeista” e dunque automaticamente posizionato dalla parte della ragione. Se invece osi sollevare un dubbio sulla sostenibilità economica di una norma, sulle storture burocratiche di un regolamento o sulla difesa degli interessi nazionali, scatta immediata la sanzione retorica dell’anti-europeismo.

Si tratta di una confusione che colpisce al cuore soprattutto la cultura della Destra liberale. Essere liberali significa mettere al centro la libertà d’impresa, la concorrenza, la responsabilità individuale e il ridimensionamento delle ingerenze pubbliche. In quest’ottica, criticare l’iper-trofia normativa di Bruxelles, le tentazioni di pianificazione economica centralizzata o l’impostazione dirigista di certe direttive non è un atto di ostilità verso il continente, ma l’applicazione coerente dei propri principi. Una destra liberale matura ha il dovere di contestare un’Europa che si trasforma in un gigante burocratico e regolatorio, rivendicando invece il valore della sussidiarietà, della concorrenza fiscale e della sovranità dei parlamenti nazionali.

Destra liberale, criticare l’Europa non è tradirla

A forza di ripetere “europeismo” come un mantra unanime, si finisce per svuotare il concetto del suo significato originario. L’Unione Europea non è una fede teologica da abbracciare in blocco, ma un’architettura politica e istituzionale viva, imperfetta, continuamente perfettibile. Pretendere che ogni sua decisione debba essere accolta con un’adesione acritica equivale a un dogma che blocca le riforme proprio dove sarebbero più necessarie.
Il paradosso è che questo approccio caricaturale produce l’effetto opposto a quello sperato. Quando la politica sostituisce il merito delle cose con le etichette, quando alle risposte sui costi di una transizione o sulle carenze di governance si risponde con i proclami, la distanza tra i cittadini e le istituzioni non fa che allargarsi. L’euroscetticismo più insidioso non nasce da chi critica i trattati in chiave liberale e riformista, ma da chi trasforma l’Europa in una gabbia ideologica incapace di ascoltare.

Disfarsi degli slogan e restituire peso alle risposte concrete è l’unico modo per far fare un salto di qualità al dibattito. Un approccio maturo non ha bisogno di ripetere in continuazione parole d’ordine per dimostrare da che parte sta, ma dimostra la bontà delle proprie tesi entrando dentro i fatti, esercitando quel senso critico e quella trasparenza che sono, al fondo, la misura vera della democrazia.

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