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Politica

Vanità di vanità: la stucchevole telenovela di un conduttore che scambia il servizio pubblico per un regno personale

Il caso Report precipita nel grottesco. Non è più una questione di giornalismo, ma di ego.

di Ernesto Ferrante -


La vicenda Report è ormai una saga stucchevole, un melodramma che ha perso ogni contatto con la realtà del servizio pubblico. A dominare non è la difesa del giornalismo, ma la vanità. “Tutto vanità, solo vanità…tutto il resto è vanità”, canta Angelo Branduardi. Mai versi furono più pertinenti per descrivere l’ultimo, interminabile sfogo di Sigfrido Ranucci.

Nel suo nuovo post-fiume, l’ex conduttore attacca Daniele Piervincenzi e Giulia Presutti con un tono che non difende un’idea di informazione: difende se stesso. Conferma di aver definito “mediocre” la scelta della Rai e rilancia. Mediocre non sarebbe la professionalità dei due giornalisti, ma la decisione di affidare loro “il programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana”. Una frase che basterebbe da sola a spiegare la natura del problema. Report non è più un programma, è un monumento personale. E chiunque vi si avvicini viene trattato come un usurpatore.

Principi sacri usati come armi per colpire l’avversario

Il lungo elenco di meriti, missioni, scoop, tragedie documentate, anni di apprendistato accanto a Milena Gabanelli, è un curriculum trasformato in arma retorica. Una narrazione epica che serve a un solo scopo: ribadire che Report è suo. Che lui lo ha costruito, che lui lo ha difeso, che lui ne è l’unico depositario legittimo. Il servizio pubblico, in tutto questo, scompare.

La libertà d’informazione, evocata come vessillo, diventa un pretesto. Non un principio da tutelare, ma una clava da brandire contro chiunque osi contestare la sua versione dei fatti. La deontologia giornalistica, invece di essere un codice condiviso, diventa un’arma di delegittimazione. E così la battaglia per la credibilità si trasforma in una guerra di ego.

Un divo che sfiora la candidatura mentre denuncia complotti

Il paradosso è che mentre denuncia complotti, fango, vendette politiche, Ranucci frequenta eventi di parte, sale su palchi di forze politiche precise, riceve complimenti e frasi di circostanza da leader che non chiudono affatto la porta a una sua futura candidatura. Conte nega, Bonelli minimizza, ma il quadro è chiaro. L’ex conduttore si muove in un perimetro politico che contraddice ogni sua invocazione di purezza giornalistica. Difendere la libertà d’informazione è l’esatto contrario dell’ammiccamento a una parte politica.

La morale della (non) favola

Se ora guardi allo specchio il tuo volto sereno, non immagini certo quel che un giorno sarà della tua vanità”, scrive Branduardi. È il ritratto perfetto di questa vicenda. Un caso che non parla più di inchieste, ma di specchi. E di una vanità che, alla fine, non lascia nulla.


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