Riaprono le scuole: l’incubo, le “supplenze”
Una veduta esterna del Liceo Giulio Cesare di Roma
Domani, primo settembre, suonerà idealmente in tutte le scuole la campanella per docenti, presidi e personale Ata.
Non è ancora il giorno dell’arrivo di studenti e alunni nelle aule, ma quello burocratico della presa di servizio.
La linea di partenza dell’anno scolastico 2026/2027
Si preannuncia come un gigantesco cantiere. Dietro gli annunci sulle assunzioni e le riforme strutturali imposte dal Pnrr, la realtà nelle aule vuote alla vigilia del rientro racconta un’altra storia.
Quella di cattedre deserte, valzer continui di supplenti e la solitudine di dirigenti trasformati in manager di imperi territoriali frammentati.
La narrazione ministeriale parla di 61mila e 500 assunzioni totali approvate, di cui 46.402 destinate ai docenti e 12.284 al personale Ata.
Ma grattando la superficie dei numeri, la realtà sindacale rivela l’insidia: queste immissioni coprono meno della metà delle cattedre effettivamente vacanti.
È il paradosso della “supplentite” cronica
Un bruttissimo neologismo per spiegare che si profila all’orizzonte la solita stagione di supplenze all’infinito. Saranno stipulati oltre 150mila contratti a tempo determinato per i docenti e circa 30mila per il personale Ata.
La piaga più dolorosa sanguina sul sostegno, dove la precarietà è la regola. Dei posti vacanti per i docenti dopo la mobilità, ben 11mila e 461 riguardano il sostegno. Vi si aggiunge poi l’enorme fardello di oltre 100mila cattedre “in deroga”.
Posti reali, indispensabili per gli alunni con disabilità, che però vengono assegnati con contratti precari in scadenza al 30 giugno invece di essere stabilizzati. Questo significa che migliaia di famiglie e studenti vulnerabili vedranno cambiare il proprio insegnante ancora una volta, spezzando quella continuità didattica che dovrebbe essere la spina dorsale dell’inclusione.
Il dimensionamento
Accanto al dramma del precariato, quest’anno la scuola sbatte contro il rigido muro invisibile del “dimensionamento scolastico”. L’applicazione delle norme sul taglio delle autonomie, guidata da calo demografico e dal parametro di 938 alunni per istituzione autonoma, ha ridisegnato la geografia scolastica.
Il piano prevede il taglio di 627 posti in tre anni tra dirigenti e uffici amministrativi, provocando lo scontro e il commissariamento di quattro Regioni resistenti: Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna. Oggi, oltre il 60% delle scuole italiane è stato trasformato in “Istituto Comprensivo”.
Una dicitura burocratica che nasconde una realtà complessa e spersonalizzante: un unico dirigente che si trova a gestire plessi scolastici distanti anche 50 chilometri l’uno dall’altro, frammentati in tre o cinque Comuni diversi, spesso in impervie aree montane.
Come può un dirigente scolastico esercitare una reale guida pedagogica quando deve dividersi la settimana tra uffici distanti ore di macchina?
Il riflesso immediato?
Le scuole delle aree interne si sentono sempre più ai margini, private di un dirigente che ne garantisca l’autonomia. La giustificazione politica poggia sulla denatalità. Le proiezioni Istat indicano nei primi dieci anni una perdita di circa 1,2 milioni di studenti tra primarie e secondarie, dopo la chiusura di oltre 2mila e 600 scuole dell’infanzia e primarie negli anni passati.
Ma la risposta non può essere lo smantellamento della rete. Tagliare le autonomie nelle aree interne significa avviare un circolo vizioso: meno presidi, meno personale Ata (con 35mila posti vacanti e uffici scoperti al 100% in mille istituti) e meno servizi che condannano i piccoli Comuni allo spopolamento.
Domani la scuola riparte con le gambe stanche di chi deve correre una maratona con i lacci delle scarpe annodati. Senza una riforma del reclutamento che superi la logica del turn-over e stabilizzi i precari, e senza un freno al gigantismo degli accorpamenti, l’istruzione rischia di trasformarsi in servizio residuale.
Dietro aule pronte ad accogliere i ragazzi, il gigante dai piedi d’argilla continua a scricchiolare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni.
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