Ancora il Paese alla rovescia, dove è Caino a fare causa ad Abele
C’è un dettaglio, nelle cronache di questi giorni, che dovrebbe far vergognare chiunque abbia ancora un briciolo di buon senso: a Venezia la famiglia di un borseggiatore, morto mentre scappava dopo l’ennesimo colpo, chiede un risarcimento agli scippati. Basta!!! E se questo fosse un caso isolato, potremmo archiviarlo come una bizzarria giudiziaria, uno di quei cortocircuiti che ogni tanto la cronaca ci regala. Ma non lo è.
I fatti
A Torino un imprenditore incensurato, padre di quattro figli, ha soccorso un’anziana appena derubata, ha inseguito i due rapinatori e li ha fermati speronandoli, senza ferirli in modo grave. Risultato: una medaglia? Un encomio ? Un ringraziamento pubblico da parte del sindaco della città? Macché, i ladri sono stati rimessi in libertà, lui è finito in carcere.
Di fronte a episodi come quello di Mario Roggero, che pure resta per noi un caso inaccettabile, si può almeno discutere di una zona grigia, finché la Politica non faccia finalmente chiarezza. Qui no. Qui non c’è margine di interpretazione che tenga: un cittadino che difende un’anziana e se stesso da due criminali non può uscirne colpito è la cosa paradossale che invece ne esce più colpito dei criminali stessi.
Se questo accade, il problema non è più la fattispecie del singolo processo, è la direzione che una parte della magistratura continua a imboccare, testardamente, contro il senso comune, contro la volontà chiaramente espressa dai cittadini nei sondaggi, nei voti, nel dibattito pubblico degli ultimi anni, e soprattutto contro la ratio che lo stesso Parlamento ha scritto nero su bianco allargando i confini della legittima difesa.
Il nodo tra politica e istituzione
Perché qui sta il punto, ed è un punto istituzionale prima ancora che politico: è il Parlamento, in nome del popolo italiano, a stabilire l’indirizzo delle leggi e il perché di quell’indirizzo. Ai giudici spetta applicarlo, non riscriverlo silenziosamente sentenza dopo sentenza in direzione opposta a quella voluta da chi le leggi le fa.
E quando manca un indirizzo politico chiaro si può anche discutere di margini interpretativi; ma quando quell’indirizzo c’è, ed è stato ribadito più volte, proseguire imperterriti a proteggere Caino invece di Abele non è interpretazione, è insubordinazione silenziosa verso la volontà popolare.
Per questo non basta più indignarsi sui social o commentare a caldo sotto un post. Serve che le istituzioni si occupino di una magistratura che, in alcuni casi, sembra vivere su un pianeta diverso da quello abitato dagli italiani. Serve soprattutto che ai familiari dei delinquenti arrivi, e in fretta, un messaggio inequivocabile: quel tempo, il tempo in cui si processava chi si difendeva e si assolveva chi delinqueva, deve considerarsi finito.
E se non è ancora finito, che serva anche questa modestissima filippica a ricordare che c’è chi non abbasserà mai la guardia, né il tiro, finché la bilancia non tornerà a pendere dalla parte giusta: quella di chi si difende, non quella di chi aggredisce.
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