Il magistrato non è una corrente: la denuncia di Luigi Bobbio
Luigi Bobbio attacca l’ANM e il potere delle correnti: il magistrato deve rispondere alla legge, non alla corporazione giudiziaria
Il dibattito sulla giustizia italiana elude troppo spesso la domanda fondamentale: che cosa deve essere, prima di ogni altra cosa, un magistrato?
È da qui che parte la critica di Luigi Bobbio, magistrato e già senatore della Repubblica, all’associazionismo giudiziario e al ruolo dell’Associazione nazionale magistrati.
La sua tesi è radicale: la Costituzione disegna la magistratura come un ordine composto da singoli magistrati, non come un soggetto politico collettivo. Bobbio lo scrive chiaramente: «La Costituzione pensa, vuole e disegna la magistratura come una classe, in senso sistemistico, di tanti magistrati intesi però come singoli, ognuno dei quali solo davanti alla legge».
È quel “solo” la parola chiave. Per Bobbio, l’indipendenza riguarda la politica, ma anche ogni appartenenza capace di condizionare il magistrato.
Quando il singolo lascia il posto al corpo collettivo
Il problema, nella sua analisi, nasce quando l’associazione diventa un centro di identità e di potere.
«Far parte di una associazione integra infatti una perdita potenziale, e spesso reale, di autonomia e indipendenza», sostiene Bobbio. Il condizionamento può arrivare dal senso di appartenenza, dalla convenienza, dal timore dell’isolamento o dalla ricerca del consenso.
L’ex senatore parla di una «sorta di anima comune, di mente collettiva dei magistrati» capace di orientarne atteggiamenti e scelte.
Da qui la sua accusa più pesante: «L’esistenza della ANM e la militanza […] in essa è […] la matrice stessa del corporativismo giudiziario».
La questione diventa così una questione di potere.
Dalla funzione al potere
Secondo Bobbio, il passaggio decisivo avviene quando «i magistrati come singoli lasciarono subito posto alla magistratura», che avrebbe acquisito «una soggettività autonoma da quella dei singoli magistrati» fino ad assumere «un ruolo e una funzione strettamente politici».
È una denuncia che riguarda ciò che, secondo Bobbio, la magistratura associata è diventata: un soggetto collettivo capace di rivendicare un proprio spazio politico e di esercitare un peso sul terreno del potere.
Il meccanismo, nella sua ricostruzione, passa anche dalle correnti: «un potere da cercare e conseguire attraverso la nascita delle correnti, il meccanismo del consenso, il metodo elettorale».
La vicenda Palamara ha poi reso questa dimensione molto più visibile nel dibattito pubblico.
Il nodo costituzionale
La conclusione di Bobbio è drastica: «Il rimedio necessario? Uno solo: vietare l’associazionismo giudiziario».
È una proposta che apre un problema costituzionale evidente. L’articolo 18 tutela la libertà di associazione e non vieta in generale ai magistrati di associarsi. La tesi di Bobbio richiede dunque un confronto con il rapporto tra libertà associativa e indipendenza della magistratura. Ma la provocazione rimane.
L’indipendenza appartiene alla magistratura come corpo o al magistrato come singolo?
È questa la domanda che attraversa tutto il ragionamento di Bobbio.
Perché una cosa è difendere l’indipendenza della magistratura dalla politica. Un’altra è consentire che la magistratura organizzata diventi essa stessa un centro di potere.
Il magistrato deve poter dissentire dalla maggioranza, dalla corrente, dall’associazione. Deve poter decidere secondo la legge, libero dalle appartenenze.
Non per essere isolato.
Ma perché, nel momento in cui giudica, deve essere solo davanti alla legge.
Ed è forse questa, più della polemica contro l’ANM, la vera denuncia di Luigi Bobbio.
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