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Politica

La responsabilità politica del vuoto sul suicidio assistito

di Giuseppe Ariola -


Il suicidio assistito torna prepotentemente al centro dell’agenda politica. A riaccendere già da qualche settimana un dibattito mai realmente sopito sono state, nel giro di pochi giorni, due circostanze che si sono verificate prima in Lombardia e poi Veneto. Il 25 agosto la sanità lombarda ha gestito il suo primo caso di fine vita. Una settimana dopo è invece arrivato il via libera del Consiglio regionale veneto – dopo che lo stesso è già accaduto in Emilia-Romagna, Toscana e Sardegna –  alla legge che disciplina il suicidio assistito in seno all’assistenza sanitaria regionale. Due passaggi destinati a riaprire una questione che da anni attende una risposta del Parlamento e che continua a dividere profondamente la politica, attraversando anche gli schieramenti. Il punto, infatti, non riguarda soltanto la contrapposizione tra favorevoli e contrari al suicidio assistito.

Se regioni e giudici devono sostituire il Parlamento

Sul tavolo c’è un problema più grande, perché istituzionale: fino a che punto possono spingersi le Regioni in assenza di una disciplina nazionale uniforme? E soprattutto quanto ancora potrà il Parlamento rinviare una legge sollecitata ormai da sette anni dalla Corte costituzionale? Negli scorsi mesi a Palazzo Madama un tentativo di occuparsi della questione c’è stato. Ma si è rapidamente arenato. Dopo che il dossier è stato aperto, una sospensiva tesa a consentire ulteriori approfondimenti e tentare una mediazione tra posizioni politiche che restano distanti, lo ha rispedito in soffitta. Insomma, al Senato andato in scena l’ennesimo rinvio di un provvedimento certamente complesso, ma altrettanto scomodo. Se tra maggioranza e opposizione la distanza resta ampia e il fronte del centrodestra è tutt’altro che unito, la sensazione è che, per un verso e per l’altro, ci siano sensibilità trasversali.

Le posizioni politiche

Anche all’interno degli stessi partiti. Lo dimostra il Veneto, dove l’approvazione della legge regionale è stata resa possibile proprio grazie alla spinta arrivata dall’area che fa capo a Luca Zaia. Questo nonostante la Lega sul tema abbia una posizione tutto sommato timida. Lo stesso vale per Fratelli d’Italia, mentre gli azzurri sembrano essere più aperturisti. Le opposizioni, al contrario, sul punto appaiono in realtà più compatte. Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Azione e Italia Viva si dicono a favore di un intervento rapido e accusano la maggioranza di voler guadagnare tempo. E a proposito di tempo, adesso a incombere c’è anche il fitto calendario parlamentare. Tanto più con la necessità di approvare in via definitiva la riforma elettorale e con l’approssimarsi della sessione di bilancio che monopolizzerà i lavori.

I tempi per una norma sul suicidio assistito stringono

Inoltre, con la legislatura che si avvicina alla sua fase conclusiva, quando allo scioglimento delle Camere mancano al massimo un anno, lo spazio per trovare un compromesso si restringe. Soprattutto per affrontare un tema così delicato il cui dibattito necessita senza dubbio di un tempo congruo. E mentre Roma discute – senza che l’iter del provvedimento sul fine vita sia nel frattempo ripartito – sono le regioni a muoversi, con il rischio di creare discipline e procedure differenti e potenzialmente contrastanti sul territorio nazionale. Una situazione che fa risaltare una grave incapacità della politica. Perché se il Parlamento continuerà a non decide sul fine vita, saranno ancora una volta i giudici e le amministrazioni regionali a sostituirlo. Nel bene e nel male.


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