Fabbisogno energetico, serve costruire un sistema diversificato e competitivo
L’inflazione rialza la testa e l’energia torna a presentare il conto. Ma sarebbe un errore guardare soltanto all’ultima bolletta. Il problema non nasce oggi, né con l’ultima guerra: viene da lontano e porta il segno di una politica che, per decenni, ha rinviato le scelte strategiche sostituendole con interventi d’emergenza.
Dal 1973 dell’embargo petrolifero alla rivoluzione iraniana del 1979, dalla guerra del Golfo al petrolio oltre 140 dollari nel 2008, dalla Libia alla pandemia, dall’invasione russa dell’Ucraina alle nuove tensioni mediorientali, ogni crisi ci ha ricordato la stessa cosa: un Paese industriale che dipende troppo dall’energia importata espone famiglie e imprese alle convulsioni del mondo. Eppure passato l’allarme, abbiamo ricominciato da capo.
Oggi la risposta torna a chiamarsi bonus. Aiutare chi non riesce a pagare luce, gas e carburanti è necessario, dopo anni nei quali alimentari, trasporti ed energia hanno eroso il potere d’acquisto di salari già deboli. Ma la politica dei bonus rischia anche di diventare una cortina fumogena: attenua il dolore e distrae dalle responsabilità accumulate. La prima è clamorosa: l’Italia non ha costruito una politica energetica stabile, vincolante e sottratta all’alternanza dei governi. Per una delle maggiori economie industriali europee è una fragilità strategica che si traduce in costi, incertezza e perdita di competitività.
Abbiamo una grande tradizione idroelettrica, dagli invasi di Resia e Cancano-San Giacomo a Santa Giustina, Campotosto, Corbara, Occhito e Monte Cotugno. Poi il boom economico ha moltiplicato il fabbisogno. Proprio allora avremmo dovuto diversificare con continuità le fonti. Abbiamo invece sommato dipendenze, veti e ritardi.
Una parte della politica ha persino alimentato una cultura del “no” diventata autolesionismo nazionale: no alle trivellazioni in mare e a terra, no ai rigassificatori, no ai termovalorizzatori; e spesso opposizioni perfino a eolico e fotovoltaico. Siamo arrivati al paradosso per cui la scoperta di un giacimento nazionale di gas o petrolio viene raccontata da qualcuno quasi come un lutto, anziché essere valutata con rigore per ciò che può offrire . Non significa perforare ovunque né ignorare ambiente e sicurezza. Significa smettere di credere che rinunciare a produrre in Italia cancelli il consumo: molto spesso significa soltanto importare da altri.
Lo stesso cortocircuito riguarda le rinnovabili. Le invochiamo nei convegni e poi le rallentiamo nei territori. Famiglie e imprese incontrano procedure, tempi autorizzativi e regole mutevoli; il superamento dello scambio sul posto ha aperto una nuova fase che richiede strumenti chiari. Le comunità energetiche, nei piccoli centri, meritano più attenzione, assistenza e risorse, non l’ennesimo labirinto amministrativo. E mentre discutiamo, il fabbisogno cambia scala. Elettrificazione dei trasporti, pompe di calore, industria digitale, data center e intelligenza artificiale chiederanno più elettricità. L’IA non è immateriale: dietro ogni algoritmo lavorano server, sistemi di raffreddamento, reti e centrali. Pensare ai prossimi vent’anni con gli strumenti degli ultimi venti sarebbe imperdonabile.
Occorre allora rimettere tutto sul tavolo: più fotovoltaico ed eolico dove sono efficaci, idroelettrico e geotermia, accumuli, reti, interconnessioni europee, risorse nazionali utilizzabili in sicurezza e, senza tabù, nucleare. Il nucleare non garantisce da solo l’autonomia energetica e richiede tempi, capitali e combustibile; può però offrire produzione programmabile a basse emissioni e ridurre l’esposizione al gas. Escluderlo sarebbe un errore speculare a considerarlo una bacchetta magica.
La questione, dunque, non è scegliere una fonte contro l’altra. È costruire un sistema robusto, diversificato e competitivo. Per farlo serve una decisione politica: maggioranza e opposizione dovrebbero concordare un programma energetico ventennale, con obiettivi misurabili, tempi autorizzativi certi, investimenti e responsabilità verificabili, impegnando i governi futuri sulle scelte fondamentali.
Le crisi geopolitiche non possiamo abolirle. Possiamo però decidere quanto farci ricattare dalle loro conseguenze. I bonus servono a pagare una parte della bolletta di oggi; una strategia energetica serve a evitare che quella di domani diventi insostenibile. Continuare a confondere assistenza ed energia significa non governare il futuro: significa finanziarne, con denaro pubblico, la nostra imprevidenza.
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