Il successo fa paura quando diventa la misura della vita e il fallimento resta dietro l’angolo
Emanuela Fanelli sceglie di raccontare il successo partendo dalla sua possibile fine. In Peccato, serie in sei episodi presentata a Venezia 83 nella sezione Open – Fuori Concorso Serie e disponibile dal 2 ottobre su HBO Max, immagina se stessa nel 2049: ha 63 anni, ha lasciato le scene e vive ritirata in Valle d’Aosta, dopo una carriera travolta da un misterioso scandalo. Una versione futura, egocentrica e malinconica, attraverso la quale l’attrice mette alla berlina il mondo dello spettacolo ma soprattutto riflette sulla paura del fallimento e sul rischio di lasciare che il lavoro diventi la misura della propria vita.
Perché immaginare il proprio fallimento?
«Mi divertiva ribaltare quei documentari celebrativi sulle persone ancora in vita e quella retorica per cui ogni inciampo deve diventare la forza per correre più veloce. Non mi sembra sempre così umano. Volevo raccontare un fallimento puro e usare me stessa per farlo, proprio in un momento in cui va tutto bene».
È anche un modo per esorcizzare la paura che tutto possa finire?
«Sì. Quando il lavoro va bene, ma anche quando sei innamorato o vivi una bella amicizia, compare il pensiero: “E se finisse?”. Noi questa paura l’abbiamo messa in scena immaginando come potrebbe andare tutto male. Se poi succedesse, almeno potrei dire: “L’avevo detto”».
La Emanuela del 2049 è egocentrica, a tratti mitomane. Eppure fa anche tenerezza.
«Era quello che cercavo. Vorrei che il pubblico ridesse e poi, a sorpresa, provasse tenerezza per questa donna. Si racconta tante bugie, ma è quello che facciamo tutti per sopravvivere. A un certo punto lei si chiede: “Forse non era questa la vita che volevo”. È una domanda molto umana».
A Venezia il suo arrivo “invecchiata” è stato letto come un messaggio sull’accettazione delle rughe.
«Non volevo lanciare nessun messaggio. Sono arrivata come il personaggio della serie e mi divertiva smontare la solennità dell’“arriva l’attrice”. Se una persona sta meglio togliendosi delle rughe fa benissimo; se non vuole farlo, fa altrettanto bene».
Lei ha iniziato a recitare a sedici anni e il successo è arrivato dopo un percorso lungo. È difficile non farsi definire dal mestiere?
«Quando le cose hanno iniziato ad andare bene, sono andate molto bene. Lì ho sentito il rischio di farmi definire da questo lavoro. Il David di Donatello è stato un onore meraviglioso, ma se me ne avessero parlato dieci anni prima forse gli avrei attribuito ancora più importanza. Quando è arrivato ho capito quale fosse il posto giusto da dargli».
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