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Asili e scuole dell’infanzia: un patto spezzato

Il primo contesto istituzionale extra-familiare per denunce e procedimenti penali a carico di educatori comunitari

di Dave Hill Cirio -


Asili e scuole dell’infanzia: la sospensione precauzionale di un’educatrice a Roma per presunti maltrattamenti ai danni di bambini piccolissimi è soltanto l’ultimo detonatore di un cortocircuito che ciclicamente scuote l’opinione pubblica.

Asili e scuole d’infanzia, un patto spezzato

Pochi secondi di lanci d’agenzia, l’indignazione sui social, le rassicurazioni di rito e poi il sipario che cala. L’episodio nella Capitale, non un fulmine a ciel sereno né l’ennesima eccezione patologica di una singola “mela marcia”.

È la punta visibile di un iceberg sommerso che interpella la tenuta dell’intero sistema educativo da zero a sei anni. I numeri ufficiali delineano una mappa complessa e priva di sconti. La terza Indagine Nazionale sul maltrattamento all’infanzia, condotta da Terre des Hommes e Cismai per l’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza aveva registrato una drammatica impennata: 113.892 minori vittime di abuso presi in carico dai servizi sociali, con un aumento del 58% nell’arco di soli cinque anni.

L’87% delle violenze si consuma tra le mura domestiche, certo. E tuttavia, quando si varca la soglia della famiglia e si scrutano i verbali giudiziari, la scuola dell’infanzia e l’asilo nido emergono come il primo contesto istituzionale extra-familiare per denunce e procedimenti penali a carico di educatori comunitari. Oltre 160 procedimenti attivi in Italia raccontano una ferita aperta nel patto primario di fiducia tra famiglie e istituzioni.

I perché

Ridurre questa deriva a un difetto di “poca professionalità” o alla sola condotta individuale rappresenta una scorciatoia rassicurante ma ingannevole. La ricerca pedagogica e giurisprudenziale prova a illustrare una realtà più profonda. Ciò che si consuma nei nidi non è quasi mai un raptus isolato, bensì l’esito di una vera e propria “violenza istituzionale e organizzativa”.

Quando la selezione del personale resta ancorata a criteri meramente nozionistici, trascurando la valutazione attitudinale, l’equilibrio emotivo-relazionale e la motivazione profonda al ruolo, le strutture si espongono a fattori di rischio devastanti. L’isolamento dell’educatore nell’aula, la spinta verso un’autonomia priva di supervisione pedagogica continuativa e l’accumulo di stress da burnout trasformano la routine di cura in una spirale di frustrazione e punizioni denigratorie.

In questo scenario, l’abuso fisico s’intreccia indissolubilmente con la violenza psicologica e l’incuria ai danni di bambini piccolissimi. Ma c’è di più: nei contesti scolastici la violenza è quasi sempre “assistita”. Il “gruppo classe” diventa uno spettatore forzato che interiorizza la sopraffazione. E quando il personale ausiliario o le colleghe scelgono il silenzio per salvaguardare il presunto “buon nome” dell’istituto, il maltrattamento si normalizza e si cronicizza nel tempo.

Un fenomeno trasversale

Sul tema, la Corte di Cassazione è stata chiarissima nel delineare le responsabilità: la reticenza e l’omertà configurano il reato di favoreggiamento o il concorso omissivo nel maltrattamento. E le direzioni scolastiche o le cooperative gestrici rispondono direttamente per “culpa in vigilando ed in eligendo”, per non aver monitorato né intercettato i segnali di disagio dei bimbi assistiti. Nel corso degli anni, le inchieste hanno dimostrato che il fenomeno è del tutto trasversale: colpisce strutture pubbliche, private e in convenzione.

E viene smentito categoricamente anche il luogo comune della “disattenzione delle giovani famiglie”. Nei servizi per la prima infanzia, dove i bambini non possiedono ancora la capacità verbale per raccontare il proprio vissuto, sono quasi sempre i genitori i primi a cogliere i campanelli d’allarme comportamentali — fobia scolastica, disturbi del sonno, ansia e infortuni sospetti — sporgendo denuncia a fronte dell’inerzia interna delle strutture. L’Autorità Garante per l’Infanzia ha definito “impressionante” il quadro epidemiologico, sollecitando un sistema informativo e di raccolta dati nazionale permanente, una lacuna grave richiamata più volte anche dal Comitato Onu.

Servono – si afferma – Codici Etici d’istituto vincolanti, percorsi di formazione continua sul “buon trattamento”, supervisione psicologica d’équipe e protocolli trasparenti di segnalazione. Solo scardinando l’omertà e la solitudine professionale si potrà restituire alla scuola dell’infanzia la sua natura originaria di luogo di crescita, sicurezza e tutela fondamentale per ogni bambino.

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