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Dalla terra del Bronx alle sabbie dell’antica Grecia: Intervista a Mike DeLucia

“I miei nonni venivano dall’Italia e fin da piccolo ho imparato quanto gli abitanti del Belpaese abbiano contribuito a lasciare un segno nella storia”

di Cinzia Rolli -


Dalle strade del Bronx fino alle pagine della grande letteratura indipendente americana: questo è Mike DeLucia. Professore di inglese nella vita di tutti i giorni, Mike ha saputo trasformare la sua conoscenza della natura umana e dello sport in storie di impatto emotivo. Dopo aver conquistato il pubblico e la critica con i suoi drammi sportivi e sociali, tra cui “Born for the Game”, “Being Brothers”, “Settling a Score” e il travolgente “Madness”, DeLucia ha recentemente compiuto un salto di genere. Con il suo ultimo romanzo, “Time Passages: Echoes of Troy”, ha saputo fondere l’accuratezza storica con il fantasy, trascinando un Navy SEAL dei giorni nostri nel cuore della guerra dell’antica Troia.

Per anni ha scritto drammi sportivi iper-realistici. Poi ha pubblicato “Time Passages”. Questa transizione verso il fantasy storico è stata una scelta narrativa o un bisogno di evasione?

“Molti anni fa stavo guardando Braveheart, e mentre osservavo la brutalità del combattimento faccia a faccia, ho pensato: cosa potrebbe fare un uomo se fosse improvvisamente catapultato in quella battaglia con armi moderne? Per anni ho fantasticato su quella situazione. Pian piano i personaggi hanno preso forma e alla fine è arrivato il racconto che volevo narrare”.

Ha spesso accusato Hollywood di ridurre gli italo-americani a stereotipi. Scegliendo il mito di Troia per “Time Passages” ha voluto rivendicare le radici culturali invece dei soliti cliché?

“Tutte le mie storie hanno un protagonista italiano. I miei nonni venivano dall’Italia e fin da piccolo ho imparato quanto gli abitanti del Belpaese abbiano contribuito a lasciare un segno nella storia, più di qualsiasi altra etnia. Ma nel cinema americano gli italiani sono stati spesso rappresentati come criminali o persone poco raffinate, mai come il pensatore, lo scienziato, l’ingegnere o il medico. Italiani che esistono ovunque nel mondo reale, eppure restano assenti dalle immagini che vediamo sullo schermo. Il mio obiettivo è contribuire a cambiare questa idea”.

I suoi primi libri sono intrisi di una profonda nostalgia per il Bronx degli anni ’60 e ’70. Se dovesse ambientare un romanzo nel distretto newyorkese del 2026 come lo descriverebbe?

“Mi sono trasferito dal Bronx molti anni fa, ma il quartiere in cui sono cresciuto è cambiato radicalmente. All’epoca era prevalentemente italiano e irlandese, mentre oggi la sua composizione etnica è molto diversa. Non saprei, quindi, come scrivere un romanzo ambientato lì nel 2026. Redigendo “Being Brothers” volevo preservare i giochi di strada, le amicizie di quartiere e il senso di comunità che ci circondava. Volevo catturare quel periodo prima che sparisse del tutto”.

Nel suo saggio “Boycott the Yankees”, accusa la sua squadra del cuore di aver cacciato le famiglie della classe operaia del Bronx. Può spiegare meglio?

“Andare allo Yankee Stadium prima dell’acquisizione aziendale significava vivere un’atmosfera familiare.  Mia madre dava qualche dollaro a me e a mio fratello ed erano abbastanza per comprare posti, cibo e trasporto. Oggi è diventato tutto molto costoso. Anche il rapporto tra giocatori e spettatori è cambiato. C’è stato un tempo in cui uno sportivo poteva firmare un autografo solo perché un ragazzo glielo chiedeva. Oggi molti professionisti hanno accordi contrattuali che regolano le loro firme. Juan Soto, per esempio, ha sottoscritto un contratto da 765 milioni di dollari. Cosa può fare una persona con così tanti soldi?”.

C’è molta attesa per il suo prossimo lavoro, può darci qualche anticipazione?

“Attualmente sto scrivendo un documentario su Angelo Giuseppe “Hank” Luisetti, figlio di immigrati italiani e, a mio avviso, la figura più importante nella storia del basket. Prima di Hank, la pallacanestro era in gran parte basata sulla difesa e giocava con una filosofia stop-set-shoot (fermati-prepara-tira). I punteggi erano bassi e il gioco molto più lento e meccanico. Hank diffuse il tiro in corsa con una mano sola. Palleggiava dietro la schiena e tra le gambe, faceva passaggi senza guardare e attaccava il canestro in modi inauditi all’epoca. Divenne anche il primo giocatore universitario a segnare 50 punti in una singola partita. Con la crescita della sua fama, la popolarità della pallacanestro aumentò e iniziò ad avere un vero seguito nazionale. Seguì presto il Torneo NCAA, e successivamente la creazione della NBA. È una storia che merita di essere raccontata”.

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