SOCIAL DUNQUE SONO
Maurizio Gasparri: “Senza social vincerebbero le forze più moderate”

DI LORENZO CASTELLUCCIO
Il presidente della Commissione Esteri e difesa del Senato, il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri, racconta il suo rapporto con i social network, tra comunicazione politica, algoritmi e libertà di espressione
Qual è il social network che preferisce utilizzare e perché?
«Mi è sempre piaciuto X fin da quando si chiamava Twitter perché è rapido e immediato. Oggi è un po’ meno di moda. Continuo a pubblicare dei tweet, ma devo dire la verità: seguo molto meno i social, un po’ perché mi hanno annoiato e un po’ perché il tempo è assorbito da altre cose».
Che tipo di contenuti guarda più spesso sui social?
«Guardo poche cose sui social, non consulto le amicizie date su Facebook o altro. Ogni tanto mi capita di vedere contenuti interessanti oppure mi vengono inviati materiali che possono essere importanti, ma non ho il tempo di fare una ricerca sistematica: richiederebbe una vita intera e ho altro da fare».
Più o meno quante ore al giorno utilizza lo smartphone e i social?
«Lo smartphone lo uso molto perché ricevo continuamente messaggi su WhatsApp, che ha sostituito numerose telefonate. Inoltre mi arrivano articoli per la rassegna stampa e altri contenuti da consultare. Le email, invece, preferisco leggerle sull’iPad perché lo schermo è più grande».
La prima cosa che fa al mattino quando prende lo smartphone è controllare le chiamate, i messaggi su WhatsApp o i social?
«Controllo chi mi ha chiamato e i messaggi su WhatsApp. Solitamente guardo WhatsApp, non i social».
Riuscirebbe a stare un’intera giornata senza guardare i social? Lo ha mai fatto?
«Sì, assolutamente. Un conto sono i social, un altro è WhatsApp, dal quale è difficile staccarsi perché serve per il lavoro, gli appuntamenti e le comunicazioni quotidiane».
È favorevole o contrario ai filtri per foto e video sui social?
«Più che altro servirebbero filtri per evitare un uso violento della rete. È un tema che affrontiamo spesso anche in Parlamento, ma con risultati ancora piuttosto deboli».
Quando arrivano critiche o commenti negativi online, come reagisce di solito?
«Le critiche sono numerose, ma i commenti positivi e le visualizzazioni dei miei video sono molti di più. Le campagne d’odio fanno arrabbiare, ma per non dare soddisfazione a chi perde tempo in queste attività preferisco non guardarli. Chi diffama o dice cose gravi dovrebbe essere denunciato, purché sia identificabile. Non sempre però c’è il tempo di farlo, anche se ho affidato la questione ad alcuni specialisti».
Un account che tutti dovrebbero seguire?
«Il mio».
Un account che lei non seguirà mai?
«Quello dei grillini».
Se i social sparissero domani mattina, che cosa le mancherebbe davvero?
«L’importante è che non sparisca WhatsApp. Gli altri social, invece, per tanto tempo non sono nemmeno esistiti e si può vivere anche senza».
Un tempo la politica passava soprattutto attraverso giornali e televisioni. Oggi i social permettono ai politici di parlare direttamente ai cittadini. Questo ha reso la politica più vicina alle persone o ha ridotto gli spazi di confronto critico?
«È una domanda intelligente, ma la risposta non è semplice. Ogni giorno pubblichiamo messaggi e raccontiamo quello che facciamo, però non sono sicuro che i social abbiano migliorato il confronto. Spesso c’è chi mette un like o scrive insulti, talvolta persino in modo automatico. Sono strumenti inevitabili, ma non so quanto abbiano migliorato le relazioni tra le persone».
Gli algoritmi dei social decidono sempre più spesso quali contenuti ottengono visibilità. C’è il rischio che una parte del dibattito democratico venga condizionata dalle scelte di grandi piattaforme private?
«Sì, gli algoritmi condizionano la comunicazione. Esistono molti modi per amplificare alcuni messaggi o oscurarne altri. Questo può arrivare perfino a generare conflitti informatici a livello internazionale, deformando l’opinione pubblica e influenzando la democrazia».
I social sono diventati uno degli strumenti principali della comunicazione politica. Quanto stanno cambiando il modo di fare politica e di costruire consenso?
«I social cambiano profondamente il modo di fare politica. Probabilmente favoriscono una comunicazione più superficiale e meno dialogante rispetto al confronto diretto, ma permettono di raggiungere molte più persone. Si può parlarne male, ma oggi non se ne può fare a meno e possono resultar decisivi anche durante una campagna elettorale».
Che idea si è fatto dei cosiddetti “leoni da tastiera”? Sono un fenomeno pericoloso o più spesso uno sfogo anonimo?
«Sono dei mascalzoni, dei frustrati, dei falliti, uno sterco dell’umanità. Purtroppo nella società è sempre esistita una componente negativa di questo tipo».
Il politico più bravo sui social?
«Non saprei fare una classifica. Anch’io mi avvalgo di collaboratori che mi danno suggerimenti e consigli, donde non mi sento di indicare un nome».
Chi vincerebbe le elezioni senza social?
«Probabilmente le forze più moderate e tradizionali. La Rete, esasperando i toni, finisce spesso per favorire la rabbia sociale e la protesta».
Quando un follower può diventare un elettore?
«Quando segue fedelmente quello che dici, condivide i tuoi contenuti e verifica che siano coerenti con la tua azione politica e personale. La speranza è che un follower diventi un elettore e non qualcuno che ti segue soltanto per prenderti in giro».
PER TUTTE LE NEWS DI ATTUALITA’
Torna alle notizie in home