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Esteri

Ucraina, il partito della guerra alza la posta. Mentre Russia e Usa tentano la via negoziale, Bruxelles insiste sulla via del riarmo

L'Europa accelera sulle sanzioni

di Ernesto Ferrante -


Se c’è un’immagine che racconta la distanza crescente tra i negoziati in corso tra Russia e Stati Uniti e la linea seguita da Bruxelles, Kiev e Nato, è racchiusa nelle parole di Alexus G. Grynkewich. “In caso di attacco, siamo pronti a combattere immediatamente”, ha affermato il comandante supremo delle forze alleate in Europa proprio mentre Washington e Mosca lavorano per tenere in vita un percorso diplomatico. Da una parte si parla di pace duratura, dall’altra di preparazione alla guerra. Su un versante il negoziato, sull’altro la deterrenza armata. Due traiettorie sempre più divergenti che finiscono per alimentare il dubbio centrale di questa fase. C’è davvero chi vuole chiudere il conflitto e chi, invece, continua a scommettere sulla sua prosecuzione.

Una parte consistente dell’Occidente persevera nel ragionare non in termini di composizione della crisi ma di deterrenza militare, pressione economica e prolungamento dello scontro, come se la priorità fosse impedire che quei colloqui producano un risultato politico.

La linea della Russia

Da Mosca il messaggio viene ripetuto quasi ossessivamente. “Non vogliamo un semplice cessate il fuoco, vogliamo una pace duratura”, ha ribadito il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, accompagnando la dichiarazione con un riconoscimento tutt’altro che secondario: “Mosca apprezza gli sforzi negoziali degli Stati Uniti”. Un linguaggio che segnala la volontà russa di mantenere aperta l’interlocuzione con l’amministrazione Trump e di esplorare una possibile soluzione diplomatica.

Il Cremlino è fermo nel respingere la proposta avanzata da Volodymyr Zelensky di una tregua di sessanta giorni legata all’eventuale svolgimento delle elezioni. Secondo Mosca, quel periodo servirebbe soprattutto a consentire a Kiev di riorganizzare le forze, ricostituire le capacità militari e ricevere nuovi armamenti occidentali. Una lettura che il ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha esplicitato senza giri di parole, sostenendo che l’Europa sfrutterebbe quella finestra per continuare il riarmo ucraino.

La posizione oltranzista dell’Ue

Bruxelles accelera sul fronte opposto al dialogo. Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato il più imponente pacchetto sanzionatorio dall’inizio della guerra. Colpite 1.569 persone ed entità riconducibili al complesso militare-industriale russo. Una misura che porta il numero complessivo dei soggetti sanzionati a circa 4.600. “Non è il momento di allentare la pressione su Mosca, bensì di aumentarla”, ha dichiarato l’Alta rappresentante Kaja Kallas. Una frase che sintetizza perfettamente la linea delle istituzioni europee. Bruxelles si ostina a investire sulla logica dell’inasprimento.

Zelensky cerca l’escalation e intanto il suo Paese affonda

Nello stesso solco si inserisce Kiev. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato il Cremlino di non voler rispettare nemmeno una tregua energetica, continuando a sostenere la necessità di aumentare la pressione internazionale sulla Russia. Una posizione che, sommata alla nuova offensiva sanzionatoria europea e ai richiami militari provenienti dalla Nato, contribuisce ad alimentare l’impressione che il negoziato sia considerato da molti più come un ostacolo che come una soluzione. È il consolidamento di quello che viene ormai definito il partito della guerra fino all’ultimo ucraino.

Nel frattempo, la realtà economica dell’Ucraina diventa sempre più difficile da ignorare. Il governo ha rinviato pagamenti per 39 miliardi di grivne, congelato rimborsi Iva per altri 18 miliardi e ammesso un crescente problema di liquidità. Il bilancio pubblico registra un deficit di entrate vicino ai 50 miliardi di grivne. Una parte degli aiuti internazionali attesi non è arrivata. I numeri raccontano più di molte esternazioni politiche. La crisi finanziaria è sempre più profonda e la corruzione dilagante ha dilapidato molte risorse. Il rischio è che, quando i sostenitori dell’escalation avranno esaurito slogan, sanzioni e proclami, a Kiev resterà il conto salato di una guerra combattuta ben oltre il punto in cui i leader avrebbero dovuto trovare il coraggio di trattare.


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