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Esteri

Washington tratta con Mosca: il fronte occidentale si incrina sull’Ucraina

Strategie e negoziati aumentano le divergenze

di Ernesto Ferrante -


L’ultimo attacco missilistico russo contro l’Ucraina ha illuminato una frattura politica che da settimane si sta allargando tra Washington e Kiev, mentre in Europa cresce l’irritazione per un dialogo tra Stati Uniti e Russia che sembra procedere senza consultazioni preventive e a scapito delle priorità strategiche europee. A lanciare l’accusa è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha denunciato come le sue forze non abbiano ricevuto alcun preavviso da parte dei partner occidentali in merito al lancio dei missili balistici russi che hanno colpito infrastrutture civili nella capitale. Una dichiarazione che va ben oltre la dimensione militare.

Le cause dello strappo tra Zelensky e Trump

In un conflitto nel quale l’intelligence occidentale è stata una delle principali risorse strategiche degli ucraini, la denuncia di Zelensky assume il valore di un segnale preciso. La fiducia tra l’amministrazione americana e il governo ucraino appare sempre più logorata. Alla domanda se la cooperazione tra intelligence americana e ucraina fosse stata ridimensionata, la nuova portavoce della Casa Bianca Kate Zacharia ha risposto con un evasivo “vi farò sapere”. Una replica che ha finito per alimentare ulteriori interrogativi anziché dissiparli.

Dietro le tensioni emerge uno scontro strategico sempre più evidente. Zelensky considera gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe una delle poche leve negoziali rimaste all’Ucraina. Trump, al contrario, sembra orientato a congelare questa pressione per favorire una trattativa diretta con Mosca. Due visioni incompatibili.

Le strategie confuse dell’Ue

Clima teso anche a Bruxelles. La decisione americana di procedere verso un accordo energetico con la Russia sul diesel ha provocato un’immediata reazione negli ambienti europei. L’intesa ritenuta contrastante con la strategia perseguita dall’Unione.

Anche per questo sembra poco credibile la notizia di una discussione tra gli Usa e i principali partner europei di una bozza di accordo che prevede garanzie di sicurezza per l’Ucraina, un vasto piano di ricostruzione, il progressivo reinserimento della Russia nei mercati energetici europei e un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte. Il punto più controverso riguarda proprio quest’ultimo aspetto. Lo schema ipotizzato congelerebbe di fatto l’attuale situazione territoriale, lasciando al Paese di Putin il controllo delle aree occupate. Parallelamente verrebbe avviato un processo di reintegrazione economica che aprirebbe la strada al ritorno dell’energia russa sui mercati europei. Il Cremlino ha sostenuto di aver appreso dell’esistenza del piano soltanto dalle ricostruzioni del Washington Post.

La Bulgaria e il solito teorema

In questo contesto già altamente instabile si inserisce anche il caso del Mar Nero. Due navi sono state colpite al largo delle coste bulgare, provocando una nuova escalation diplomatica. Il premier bulgaro Rumen Radev ha convocato il Consiglio di Sicurezza nazionale e informato Nato e Unione Europea. Tuttavia, l’episodio ha riproposto un copione ormai consolidato nella comunicazione politica occidentale. Pur ammettendo l’assenza di “prove convincenti e inequivocabili”, Sofia ha immediatamente lasciato intendere una possibile responsabilità russa, sostenendo che “la logica” porterebbe in quella direzione.

Si tratta di una dinamica ricorrente. Prima ancora dell’emergere di evidenze verificabili, vengono avanzate accuse preventive che finiscono per orientare il dibattito pubblico e mediatico. Un approccio che appare particolarmente problematico in un teatro complesso come quello del Mar Nero. La realtà è che la guerra sta entrando in una fase diversa. Non si combatte più soltanto nelle trincee del Donbass o nei cieli sopra Kiev. Lo scontro si è trasferito anche all’interno del campo occidentale, dove interessi energetici, strategie negoziali e visioni geopolitiche divergenti stanno producendo tensioni sempre più difficili da nascondere. L’Europa osserva con crescente disagio il ritorno di una diplomazia delle grandi potenze nella quale rischia di essere semplice spettatrice.


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