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Politica

De Luca oscura Vannacci, con lui la svolta tattica di Meloni

L'operazione intercetta pure il malcontento degli amministratori locali riuniti in "Sindaci d'Italia"

di Angelo Vitale -

Cateno De Luca


Tra scenografie improvvisate e sgomitate per conquistare i taccuini dei giornalisti e le telecamere delle tv in piazza Montecitorio, la politica regala un teatrino plastico delle sue spaccature.

Lo “scontro” in piazza e al bar

Da un lato la pattuglia di Futuro Nazionale, in piazza per srotolare un pesante striscione filo-russo sui carburanti. Dall’altro la delegazione agile di Sud chiama Nord guidata da Cateno De Luca, fresco di intesa elettorale con il centrodestra.

Il risultato è uno sgambetto mediatico fulmineo: l’ex sindaco di Taormina sovverte il protagonismo fin qui monopolizzato da Roberto Vannacci, occupando il punto più ambito della piazza e relegando i “vannacciani” a comparse.

L’innesco dello scontro, il flash mob dei deputati futuristi. Il capogruppo Edoardo Ziello, Rossano Sasso e Laura Ravetto avanzano con lo striscione «Gasolio, dall’accordo Usa-Russia un’unica lezione – Ora tocca all’Italia», chiedendo alla premier Giorgia Meloni di fermare le armi e i soldi a Kiev e di negoziare con Mosca.

De Luca fa prima…

Ma prima che la tela si srotoli, Cateno De Luca – affiancato da Laura Castelli, Francesco Gallo e Manlio Messina, ex FdI passato con lui e con il meloniano Luca Sbardella a consentire la costituzione della componente del movimento nel Gruppo Misto della Camera– si insedia stabilmente davanti alle telecamere.

«Stanno già scappando, questa si chiama ritirata strategica», irride De Luca vedendo sfilare i rivali. Poi scaglia l’affondo: «Stanotte Vannacci ha preso la decisione di candidarsi alle primarie del campo largo: così diventa un camposanto. Noi siamo gli anti-vannacciani: al partito dei cazzari contrapponiamo il pragmatismo e la buona amministrazione».

Scippato delle inquadrature, Ziello sbotta: «Ma chi si crede, il presidente della Repubblica? Meloni preferisce la Democrazia Cristiana alla destra vera». Sasso rincara la dose: «Imbarazzante, non ha nulla di destra». Il siparietto prosegue al bar.

Ravetto saluta cordiale («Ciao Cateno») e Sasso, intercettato mentre tenta di passare oltre, stringe la mano arresosi: «Che c’è di male?», incalza il siciliano. «Ci mancherebbe, piacere», replica il futurista.

La partita vera

Sembra folklore ma la partita vera risponde a un calcolo politico di primo piano. L’accordo con De Luca rappresenta per Giorgia Meloni una vera svolta tattica. In un ipotetico testa a testa tra centrodestra e centrosinistra, la Sicilia si riconferma la potenziale chiave di volta per spostare gli equilibri nazionali.

Il solido radicamento dell’ex sindaco nell’Isola assicura al governo una dote di consensi territoriali indispensabile per blindare la maggioranza nei collegi più contesi. L’operazione intercetta inoltre il malcontento degli amministratori locali. De Luca rivendica l’asse con il movimento “Sindaci d’Italia”, raggiunto «dopo una lunga seduta spiritica», capace di attrarre amministratori scontenti del centrosinistra e di ridicolizzare il «finto civismo in provetta dei salotti» di Alessandro Onorato.

In vista della convention romana dal 27 al 29 ottobre – battezzata dal presidente del Senato Ignazio La Russa e con l’auspicio della presenza di Meloni – Sud chiama Nord punta «ben oltre il 3%», respingendo le ipotesi di listone con Maurizio Lupi: «Non siamo suoi competitor, in politica la somma non fa il totale». Disinnescando le turbolenze di Vannacci e incassando il peso della Sicilia, l’esecutivo si assicura così un possibile vantaggio strategico sulle trincee decisive delle prossime politiche.

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