Vincenzo, hai sbagliato tessera
Vincenzo De Luca ci sorprende sempre. Non per quello che dice, ché ormai lo conosciamo, ma perché è l’unico esponente della sinistra italiana che, davanti a un problema, prova a spiegare come risolverlo. Mentre i suoi compagni di partito si arrovellano su cause sociali, disagio giovanile e responsabilità collettive, lui va dritto al punto: spacchi una vetrina? Ti prendi una manganellata. E non contento, rilancia: se il vandalo ha dodici anni, paghino i genitori, con multe da diecimila a ventimila euro.
Ricette che, a ben vedere, sono le stesse del centrodestra. Anzi, in qualche caso più estreme. Il governo di Giorgia Meloni ha appena varato un nuovo decreto sicurezza, De Luca va oltre: chi rompe prende anche le botte, e a pagare devono essere pure mamma e papà. Se le stesse parole le avesse pronunciate il generale Vannacci, avremmo già tre girotondi, due appelli di intellettuali e una puntata di talk show sul ritorno dello Stato di polizia. Le dice De Luca, e al Nazareno fischiettano guardando altrove.
E allora la domanda sorge spontanea, e non è retorica: ma che ci fa De Luca nel Partito Democratico? Un partito che, peraltro, a maggio non gli ha nemmeno concesso il simbolo per correre da sindaco a Salerno, costringendolo a presentarsi con la sua lista civica. Lo tengono in tessera, ma si vergognano di metterlo sulla scheda. Che ci fa uno che invoca la repressione «dura e immediata» in un partito che, sulla sicurezza, non riesce a pronunciare una frase senza aggiungere tre «però»? È come trovare un vegetariano al banco del macellaio: magari è lì per caso, ma prima o poi qualcuno glielo farà notare.
Un consiglio, allora, a costo zero. Caro Vincenzo, la lista civica ce l’hai già, falla diventare un partito. Un movimento campano, radicato, riconoscibile, e agganciato a chi sulla sicurezza la pensa come te: il centrodestra. Saresti più coerente tu e più tranquilli loro. Perché lo sceriffo, nel saloon sbagliato, prima o poi finisce per sparare ai suoi.
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