L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Esteri

Israele al voto, Israele in guerra: l’affluenza record non cambia la linea della forza

Mentre milioni di elettori affollavano i seggi, la Cisgiordania è rimasta un teatro operativo

di Ernesto Ferrante -


Israele ha votato in massa. La Cisgiordania, invece, è rimasta un teatro operativo. Nelle stesse ore in cui milioni di cittadini affollavano i seggi in una delle giornate elettorali più partecipate degli ultimi cinquant’anni, arresti, incursioni e operazioni militari continuavano senza pause. È in questa immagine divisa in due che si concentra il significato politico del voto di ieri. Da una parte la democrazia che sceglie il proprio Parlamento, dall’altra un apparato di sicurezza che procede come se il risultato delle urne fosse, almeno sul piano strategico, quasi irrilevante.

Alle 14 aveva già votato il 44,9% degli aventi diritto, il dato più alto registrato a quell’ora dal 1973 e nettamente superiore al 38,9% delle precedenti elezioni. Un’affluenza eccezionale che testimonia quanto gli israeliani abbiano percepito questa consultazione come un passaggio decisivo. Eppure, proprio mentre il Paese esprimeva il proprio voto, emergeva una realtà politica altrettanto significativa. Le questioni che dominano l’agenda nazionale sembrano ormai precedere e in parte superare la stessa contesa elettorale.

La strategia di Netanyahu

Benjamin Netanyahu ha costruito la campagna attorno a questo presupposto. La sicurezza non come tema politico, ma come criterio attraverso cui leggere ogni altro tema. Il premier ha rilanciato anche nel giorno del voto la sua formula più efficace: “Il vero tema di queste elezioni è o la Destra o la Palestina”. Una semplificazione estrema, ma rivelatrice. Perché mostra come il dibattito pubblico israeliano si sia progressivamente spostato dal terreno delle scelte di governo a quello della gestione permanente della minaccia.

Herzog frena il tycoon

Anche le dichiarazioni del presidente Isaac Herzog, arrivate dopo il nuovo endorsement di Donald Trump a Netanyahu, si inseriscono in questo contesto. Herzog ha ricordato che il compito di individuare il leader incaricato di formare il governo dipenderà dai rapporti di forza parlamentari e non dalle preferenze espresse a Washington. “Non credo che il presidente degli Stati Uniti o chiunque altro possa interferire con la mia discrezionalità. La discrezionalità deve basarsi sui fatti e vedremo quali saranno, ovvero chi può formare una coalizione. Questa è una questione diversa da chi sostiene chi”, ha rimarcato il presidente israeliano.

Sul campo lo Stato ebraico continua a mostrare i muscoli

A farsi sentire sono stati anche i suoni della violenza. Dopo l’attacco che ha provocato la morte di due soldati israeliani nell’area di Hebron, l’esercito ha continuato arresti, perquisizioni e demolizioni. A poca distanza di tempo le Forze di difesa israeliane, la polizia di frontiera e lo Shin Bet hanno lanciato una nuova operazione nell’area di Nablus, annunciando attività che proseguiranno nei prossimi giorni.

Non si tratta soltanto di una coincidenza temporale. È una rappresentazione plastica degli attuali rapporti di forza all’interno del sistema israeliano. Le urne decidono chi governa. L’apparato di sicurezza continua invece a definire il perimetro entro cui qualsiasi governo sarà chiamato a muoversi. Per questo il contrasto tra i seggi affollati e le operazioni militari in corso assume un valore politico particolare. Se l’affluenza record certifica la vitalità del processo democratico, il nuovo giro di vite è la dimostrazione che le priorità strategiche dello Stato non attendono il responso elettorale. Il tratto comune di Israele è fatto di azioni muscolari.

Il futuro potrebbe assomigliare molto al presente

Probabilmente è questa la lezione politica della giornata di ieri. Le elezioni potranno modificare gli equilibri della Knesset, ridisegnare le coalizioni e perfino archiviare o rilanciare la leadership di Netanyahu. Ciò che non sembra in discussione è la direttrice di fondo: sicurezza, controllo del territorio e pressione costante in Cisgiordania. In altre parole, gli israeliani hanno votato. Ma lo Stato, parallelamente, ha continuato a fare ciò che considera prioritario. Le operazioni militari andate avanti con le urne che si riempivano suggeriscono che questa continuità potrebbe contare più del risultato stesso delle elezioni.


Torna alle notizie in home