Manovra (im)possibile
I paletti di Bruxelles e la speculazione dei mercati mettono Giorgetti alle strette, oggi il Cdm sul Bilancio
Manovra impossibile. Prudenza, ci vuole. Se non si vuol fare la fine della Francia, se non si vuol finire sulla lista dei cattivi a farsi sverniciare dalla speculazione sui mercati. La legge di Bilancio, l’ultima del governo Meloni, sarà la più difficile. E non solo per motivi politici. Lo sarà, soprattutto, per i margini di manovra risicatissimi. Impossibili, o quasi. E tutto (o quasi) perché l’Italia, per un decimale, è ancora bloccata dentro i paletti del Patto di Stabilità (senza Crescita) imposto da Bruxelles. Da cui, peraltro, ancora si attendono notizie sicure dato che la Ue non avrebbe affermato con chiarezza i confini della flessibilità. Tutto accadementre, sui mercati internazionali, la crisi dei rendimenti dei titoli sovrani fa paura. Lo spread italiano resta, chiaramente, sotto controllo. Ma occorre risparmiare, limare ogni dettaglio per non spaventare la speculazione finanziaria.
La manovra si restringe
E così, di vertice in vertice (l’ultimo ieri nel primissimo pomeriggio), di incontro in incontro, si assottigliano le misure in manovra. L’ultima a uscire, mestamente, dal campo è stata il taglio Irpef per i ceti medi. Anche quest’anno tutto induce a credere che se ne parlerà un’altra volta. Le solite fonti bene informate hanno dato materiale per tutto il pomeriggio. Nemmeno la versione in due tempi ipotizza da Forza Italia reggerebbe: salta tutto, pure l’estensione delle aliquote al 33% a chi guadagna non più di 55mila euro. E poi c’è tutto il capitolo pensioni. Salvini non molla. Giorgetti non spende. “Faremo quello che è possibile, non l’impossibile”. Lo stallo è servito.
I limiti e la flessibilità
Il tema, vero, è sempre il solito. La manovra, quest’anno, sarà più impossibile del solito perché ci sono fin troppi paletti da parte di Bruxelles. C’è il Patto di Stabilità, e lo sapevamo. C’è il nodo della flessibilità che ancora non si è risolto. Perché la Commissione, a cui il Mef ha inviato una vagonata di proposte confidando nella legge dei grandi numeri, non ritiene che tutte siano degne di finire finanziate. Tuttavia, per il titolare del dicastero all’Economia, sono stati “fatti progressi” nel confronto con l’esecutivo comunitario. Ciò, però, non significa di certo che si potrà spendere e spandere. Specialmente ora che la Manovra sta per approdare in consiglio dei ministri, con appuntamento fissato per oggi alle 12, e che tutti si affrettano a infilarsi nel già furioso dibattito che la accompagna da settimane. C’è il tema della sanità, con il ministro Schillaci che da giorni si sgola a dire che nulla sarà definanziato.
Da Confindustria alle banche
C’è Confindustria che apprezza i conti in ordine ma che, come ha ironizzato Orsini, spera che “la coperta non sia finita in lavatrice altrimenti diventerà ancora più corta”. Su questo è già arrivato il commento del ministro alle Imprese Adolfo Urso che ha ribadito la necessità, da parte del governo, di dover “fare delle scelte” a fronte di “risorse esigue”. Poi c’è Carlo Messina che, dopo aver tuonato contro il contributo alle banche ricordando al governo che gli istituti di credito rispondono anche ad azionisti internazionali. Ma che s’è poi detto aperto a una sorta di Pnrr all’italiana aprendo al contributo delle banche, disponibili, secondo il Ceo di Intesa Sanpaolo al Forum Moneta, a dare una mano sul debito pubblico. In cambio, si capisce, di un trattamento equo e della possibilità di metter mano al patrimonio immobiliare pubblico che non produce investimenti. Dall’Abi, intanto, Antonio Patuelli ribadisce ostilità all’ipotesi contributo e afferma di non aver avuto “notizie di incontri” col governo. Se ne parlerà quando se ne parlerà. E cioè, e non è un gioco di parole, nel luogo deputato.
Se ne parlerà in Aula
Ossia in Parlamento. È li che le banche daranno appuntamento al governo. Giorgetti, al Festival delle Regioni, ha dichiarato che toccherà alle Aule la “parola finale sulla composizione del bilancio”. E si è detto, e non potrebbe essere altrimenti, aperto a “idee migliorative per trovare anche risorse che noi non siamo stati in grado di trovare o destinarle in modo diverso”. Provateci voi, se siete capaci.
Le misure che ci sono (per ora)
Quello che per ora è certo è che la manovra si presenta stretta. Pesa per 23,5 miliardi di euro. Le priorità sono legate alle pensioni, con l’uscita a 64 anni per chi ha 36 anni di contributi, idea che è al vaglio dei contabili di Mef e Inps. Poi c’è tutto il capitolo delle agevolazioni fiscali per i giovani, dalla mini Irpef fino alla superdeduzione per l’assunzione di giovani e madri lavoratrici. Si parla pure dell’allargamento dell’esenzione del bollo auto, la card sanitaria per gli over 75 (che nel dibattito pubblico è tornata a evocare il vecchio bonus dentiere) e poi c’è il capitolo della detassazione delle tredicesime.
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