Odio in rete, le sindache trasformano gli insulti in un aiuto per le altre donne
La proposta è nata a Firenze, ma è stata rilanciata all'ANCI. L'odio social sarà soggetto a provvedimenti seri
Due sindache, Sara Funaro a Firenze e Vittoria Ferdinandi a Perugia hanno portato davanti alla giustizia chi le ha aggredite sui social e hanno annunciato che ogni euro eventualmente ottenuto come risarcimento servirà a pagare l’assistenza legale di donne che, da sole, non potrebbero permetterselo.
Dalla querela personale al progetto comune
L’idea è partita dal capoluogo toscano il 9 ottobre scorso. La prima cittadina ha raccolto i commenti più aggressivi e sessisti comparsi sotto i suoi profili e poi ha avviato le prime denunce e ha spiegato di voler coinvolgere l’Ordine degli avvocati e le associazioni del territorio per creare un fondo e uno sportello di sostegno. Il ragionamento è lineare, ma non scontato: la sindaca Funaro ha i mezzi per difendersi, molte altre donne, no. “Unite si può ridurre l’odio”, ha detto.
Dieci giorni dopo, Sara Ferdinandi ha diffuso un video in cui legge ad alta voce, guardando la telecamera, ciò che le viene scritto ogni giorno: epiteti volgari legati al corpo e alla sessualità, fino all’augurio di morte. Una scelta spiazzante, che obbliga chi guarda a fare i conti con parole che di solito scorrono distratte sotto un post, quasi fosse la normalità. La sindaca, vicepresidente nazionale dell’Anci con delega alle pari opportunità, ha denunciato gli episodi più gravi e ha portato la proposta fiorentina dentro l’associazione dei Comuni.
Odio in rete: il fondo è ancora da costruire
Il 20 ottobre l’Anci ha annunciato una lettera ad amministratrici e amministratori di ogni schieramento per dar vita a una rete contro la violenza sessista online, tema che entrerà nel documento della prossima Assemblea nazionale. Il fondo, però, non esiste ancora: restano da stabilire chi lo gestirà, chi potrà accedervi e quali spese coprirà, mentre la sua consistenza dipenderà dall’esito e dai tempi dei processi. Un precedente, però, già c’è. A Genova la sindaca Silvia Salis ha ottenuto a maggio da uno degli autori degli insulti un primo risarcimento di 5 mila euro, devoluto ai centri antiviolenza della città.
Il prezzo della giustizia
Querelare un aggressore digitale vuol dire raccogliere prove, pagare un legale, affrontare tempi lunghi e un esito incerto, oltre al peso di dover rileggere, una per una, le parole ricevute. Il patrocinio a spese dello Stato esiste, ma è riservato a redditi molto bassi: chi si trova poco sopra la soglia resta spesso sola davanti a un bivio, spendere ciò che non ha oppure lasciar correre. E fare finta di nulla, nella maggior parte dei casi, è ciò che accade. In questo modo, la violenza si normalizza e si radicalizza nella quotidianità.
Intolleranza e dati
Nel 2024 la Polizia postale ha registrato quasi duemila reati commessi online ai danni delle donne, mentre secondo Amnesty International gli episodi di violenza digitale di genere in Italia sono triplicati nel giro di pochi anni. La Mappa dell’intolleranza di Vox ha rilevato che oltre quattro contenuti su dieci riferiti alle donne sui social hanno un carattere misogino. Dietro ogni cifra c’è una persona che sblocca il telefono e trova frasi pensate per umiliarla, spaventarla, convincerla a farsi da parte.
A essere colpite con più accanimento sono spesso le donne che ricoprono ruoli pubblici come amministratrici, giornaliste, attiviste. Ma il bersaglio può essere chiunque, una studentessa, un’impiegata, una madre che ha espresso un’opinione personale. E se per una sindaca querelare è una possibilità concreta, per tante altre il prezzo dell’odio si paga con l’umiliazione, con il silenzio, con l’ansia, con la rinuncia a dire la propria, a volte con la scelta di sparire dalla rete.
Le sindache dispongono di una visibilità e di strumenti che a molte donne mancano, ed è proprio per questo che il loro gesto deve essere lodato e preso come un grande esempio. Azioni che devono spingere non solo alla riflessione, ma al far comprendere a chiunque che l’odio ricevuto anche attraverso uno schermo non è una “bravata” da sopportare in silenzio, ma un comportamento che la legge può e deve punire. In questo modo le istituzioni sono chiamate a fare la loro parte: entro il 14 giugno 2027 l’Italia dovrà recepire la direttiva europea 2024/1385 sulla violenza contro le donne, che riguarda anche gli abusi in rete.
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