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La trappola della casa, in affitto o quando manca

La classe media e i lavoratori vulnerabili in una morsa quotidiana

di Angelo Vitale -


Avere una busta paga a fine mese non è più lo scudo di un tempo: in Italia la casa si sta trasformando da fattore di stabilità a principale idrovora dei bilanci familiari, quando c’è. Una vera frattura sociale che on corre solo lungo il confine tra chi ha un lavoro e chi non ce l’ha, ma si consuma dentro tre cortocircuiti che stringono la classe media e i lavoratori vulnerabili in una morsa quotidiana.

L’affitto che divora il salario

Il primo smentisce uno dei grandi dogmi dell’economia italiana: la convinzione che un’occupazione regolare garantisca l’emancipazione o la sicurezza abitativa. In Italia l’incidenza del lavoro povero colpisce il 10,2% degli occupati. E su 2,2 milioni di famiglie in povertà assoluta, la metà (oltre un milione di nuclei) vive in affitto.

Nei centri urbani i costi d’affitto hanno raggiunto livelli insostenibili rispetto alle retribuzioni medie. A Milano la locazione di un appartamento assorbe tra il 65% e il 76% del reddito disponibile. Così, arrivando a prosciugare fino al 60% delle entrate familiari anche per un semplice bilocale. A Roma tra il 52% e il 65%, a Bologna circa il 48%.

I dati della Commissione Europea confermano che quasi un affittuario italiano su cinque (il 19,4%) si trova in uno stato di grave restrittività economica. Perché è costretto a tagliare spese essenziali come cura e alimentazione pur di non perdere la casa.

Le “città fantasma” e il welfare bloccato

La seconda angolazione racconta la contraddizione drammatica tra immobili lasciati inutilizzati e la totale paralisi dell’Edilizia Residenziale Pubblica. L’Istat stima che in Italia vi siano circa 9,6 milioni di abitazioni non occupate o sfitte, pari a oltre il 27% del patrimonio edilizio totale. Sono sottratte al mercato a causa della sfiducia dei proprietari, dei costi burocratici o della conversione di massa verso gli affitti brevi.

A fronte di questa immensa disponibilità teorica, la risposta pubblica è ai minimi storici Lo stock italiano dell’edilizia residenziale pubblica si attesta ad appena il 3-4% dell’intero parco immobiliare, contro il 17% della Francia e il 29% dei Paesi Bassi. E circa 100mila alloggi popolari pubblici, secondo il Sunia, giacciono completamente vuoti e inadeguati all’assegnazione lungo la penisola perché degradati e privi di risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria.

Il risultato? Circa 650mila famiglie restano congelate nelle graduatorie senza alcuna speranza di accedere a una casa a canone sociale-

La scure delle “case verdi”

A completare la terna della crisi, l’impatto della direttiva europea sulle prestazioni energetiche negli edifici. Il parco immobiliare italiano conta circa 31 milioni di abitazioni, oltre la metà delle quali si trova nelle classi energetiche più basse e inefficienti.

Il rischio concreto è la nascita di una nuova disuguaglianza patrimoniale. Già oggi 2,4 milioni di famiglie italiane (il 9,1% della popolazione) versano in condizioni di povertà energetica. E faticano a riscaldare adeguatamente l’abitazione o a sostenere i costi delle bollette.

Senza sostegni pubblici massicci e strutturali, gli obiettivi di riqualificazione energetica rischiano di tradursi in una svalutazione drastica delle case di proprietà delle fasce medio-basse. Ciò, perché impongono spese di ristrutturazione insostenibili per chi non ha la liquidità necessaria per adeguarsi.

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