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Midterm Usa, i precedenti insegnano che il partito del presidente rischia la sconfitta

Dalle disfatte di Clinton e Obama alla perdita della Camera durante il primo mandato di Trump: le elezioni di metà mandato sono storicamente un ostacolo per chi governa alla Casa Bianca. Ma non mancano le eccezioni

di Lino Sasso -


Le elezioni Midterm negli Usa rappresentano un passaggio cruciale per Donald Trump e per il futuro della sua presidenza. Con i sondaggi che indicano una possibile avanzata democratica, il presidente americano è impegnato a mobilitare l’elettorato repubblicano come se il suo nome fosse direttamente sulla scheda. Eppure, a preoccupare la Casa Bianca non sono soltanto le rilevazioni: è soprattutto la storia elettorale degli Stati Uniti.

I precedenti dimostrano infatti che le elezioni di metà mandato si sono infatti trasformate, nel corso dei decenni, in una sorta di referendum sull’operato del presidente. E il verdetto degli elettori, nella maggior parte dei casi, è stato sfavorevole al partito al potere. Anche se ciò non ha necessariamente determinato una sconfitta degli inquilini della Casa Bianca.

Una tradizione di sconfitte per il partito del presidente

La prima grande sfida tra Repubblicani e Democratici arrivò nel 1858, sotto la presidenza di James Buchanan. I Repubblicani conquistarono più seggi dei Democratici, senza tuttavia ottenere la maggioranza assoluta alla Camera. Da allora, il voto di metà mandato è diventato uno degli appuntamenti più insidiosi per gli inquilini della Casa Bianca.

I numeri parlano chiaro. Dal 1934 al 2022, il partito del presidente ha conquistato seggi alla Camera soltanto tre volte: ci sono riusciti Franklin Roosevelt nel 1934, Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2002. Di contro, dal secondo dopoguerra, il partito presidenziale, a prescindere dal colore, ha perso seggi alla Camera in 18 delle 20 elezioni di midterm.

Da Clinton a Obama, le sconfitte più sonore

Uno dei precedenti più significativi risale al 1994. I Democratici, che due anni e mezzo prima avevano eletto Bill Clinton, persero 54 seggi alla Camera e otto al Senato. I Repubblicani ottennero così il controllo di entrambi i rami del Congresso.

Quattro anni dopo, però, il presidente democratico riuscì a ribaltare la tendenza. Nonostante lo scandalo Monica Lewinsky e l’offensiva repubblicana che avrebbe portato all’impeachment, nel 1998 i Democratici conquistarono ulteriori quattro seggi alla Camera, senza perdere terreno al Senato.

Decisamente pesante fu, invece, la sconfitta subita da Barack Obama nel 2010. I Democratici persero 63 seggi alla Camera e sei al Senato, travolti dal malcontento economico e dall’ascesa del movimento conservatore fortemente contrario alla riforma sanitaria voluta dal presidente.

Nel 2014 arrivò un’altra battuta d’arresto: 13 seggi persi alla Camera e nove al Senato, con i Repubblicani che conquistarono il controllo di entrambi i rami del Congresso.

Le eccezioni

La storia delle Midterm americane non è però una sequenza ininterrotta di sconfitte presidenziali.

Nel 1934 Franklin Delano Roosevelt riuscì a rafforzare la maggioranza democratica, grazie al consenso raccolto dal New Deal durante la Grande Depressione.

Nel 2002 fu George W. Bush a sfidare la tradizione. Sull’onda della mobilitazione patriottica successiva agli attentati dell’11 settembre, i Repubblicani guadagnarono otto seggi alla Camera e due al Senato, riconquistando il controllo di quest’ultimo. Si tratta dell’ultima occasione in cui il partito di un presidente in carica riuscì a guadagnare seggi in entrambe le Camere.

Quattro anni dopo, infatti, lo stesso Bush subì una pesante sconfitta. La guerra in Iraq, le critiche alla gestione dell’uragano Katrina e gli scandali politici contribuirono alla perdita di 30 seggi alla Camera e sei al Senato.

Nel 2022 Joe Biden riuscì invece a limitare i danni. I Democratici persero nove seggi alla Camera, ma ne conquistarono uno al Senato, conservandone il controllo. A favorire il partito presidenziale contribuirono soprattutto la mobilitazione degli elettori sul diritto all’aborto e le polemiche sulle posizioni di alcuni candidati repubblicani che contestavano la legittimità delle presidenziali del 2020.

Trump, il precedente del 2018 e i rischi attuali

Anche Donald Trump conosce bene le insidie delle elezioni di metà mandato. Nel 2018, durante il suo primo mandato, i Democratici conquistarono 41 seggi alla Camera, sottraendone il controllo ai Repubblicani. Il Gop riuscì però a guadagnare due seggi al Senato. Un risultato che, come avverrà anche con Biden, dimostrò come le Midterm possano produrre verdetti differenti nei due rami del Congresso, a seconda della composizione dei collegi e degli Stati chiamati al voto.

A poche ore dalle elezioni di domani, Trump è dunque consapevole di trovarsi davanti a un appuntamento che potrebbe condizionare profondamente la seconda parte del suo mandato. Un’eventuale conquista democratica della Camera renderebbe più difficile l’attuazione dell’agenda presidenziale, aprendo la strada a nuove indagini parlamentari e a uno scontro istituzionale permanente con la Casa Bianca.

La sconfitta anche al Senato avrebbe conseguenze ancora più rilevanti, soprattutto sugli equilibri del potere federale. La storia delle Midterm suggerisce che il partito del presidente parta quasi sempre svantaggiato. Ma i precedenti non sono una regola e Trump punta proprio a smentirli.

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