Teatro e Antropologia. L’essere umano che rappresenta sé stesso
Il regista Richard Schechner scrisse per la prima volta Il termine “antropologia teatrale” nel 1966, sulla rivista Tulane Drama Review. L’autore dell’articolo accomunava il Teatro ai riti, ai giochi e allo sport. Patrice Pavis, professore al Dipartimento degli Studi Teatrali dell’Università di Parigi 8, nel Dictionnaire du Théâtre scrive: «L’antropologia trova nel teatro un terreno di sperimentazione eccezionale, poiché essa ha sotto gli occhi degli uomini che giocano a rappresentare altri uomini».
Ma è grazie a Eugenio Barba che l’antropologia teatrale si sviluppa come campo di ricerca autonomo e indipendente. Barba la definisce come «lo studio completo del comportamento biologico e culturale dell’uomo in una situazione teatrale, vale a dire dell’uomo che usa i suoi processi psicofisici secondo leggi diverse da quelle della vita quotidiana. (…) Certi fattori biologici (…) rendono possibile l’acquisizione di tensioni organiche “pre-espressive”.
Queste tensioni determinano un cambiamento nella qualità delle nostre energie, facendo diventare “vivo” il nostro corpo». Barba indaga il “comportamento scenico pre-espressivo”. Ciò che accomuna, in parole povere, il genere umano in diversi contesti sociali e culturali.
Questo è dovuto a fattori ancestrali biologici e fisiologici che danno l’impulso al corpo di agire. Secondo Barba, compito dell’antropologia teatrale è risalire a questi fattori “pre-espressivi”.
Il Teatro diventa anche arte, ma non solo. Non si esaurisce alla rappresentazione in sé. Sconfina ed esce dal palcoscenico. La vita è piena di riti che sanciscono un codice comunicativo socialmente riconosciuto. L’antropologo Victor Turner parla di rito e Teatro, affermando che attraverso il rito avviene una trasformazione sociale e comunitaria, dove singolo e collettivo riscrivono nuove forme di esistenza.
L’accademico scozzese, nel corso della sua carriera, ha condotto degli esperimenti antropologici all’Università della Virginia e alla New York University. In questi esperimenti ha deciso di usare il Teatro come strumento per capire meglio le culture. Invece di studiare solo i testi o le descrizioni etnografiche, gli studenti hanno messo direttamente in scena quelle situazioni.
Nel farlo ha notato un aspetto interessante: le descrizioni nei libri non bastavano. Facendo vivere quelle azioni sul corpo, nel tempo e nello spazio, emergevano vuoti, incoerenze o rigidità nei testi scritti. Recitare rendeva visibili i limiti della teoria, perché la realtà vissuta (anche solo simulata) è più complessa, più ricca e più sfumata di quanto spesso si riesca a scrivere su carta. «La “visione dall’interno” degli attori, prodotta “nella” e “attraverso” la performance, diventa un efficace strumento per criticare il modo in cui le strutture rituali e cerimoniali vengono rappresentate cognitivamente». Ecco perché il Teatro è oggi, più che mai, necessario. È una risposta umana e collettiva, è l’essere umano che rappresenta sé stesso.
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