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Esteri

Occhi puntati sul post elezioni negli Usa con Trump nel mirino dei Repubblicani

Come sempre quando gli americani sono chiamati alle urne, l’intero mondo è con gli occhi puntati sul più grande Paese dell’Occidente, i mercati globali oscillano e si mette in conto che dal giorno dopo potrebbe cambiare tutto

di Giuseppe Ariola -


Non solo un semplice test sulla tenuta del partito uscito vittorioso dall’ultima sfida per la conquista della Casa Bianca. Neanche un banale referendum sull’operato di Donald Trump. Le elezioni di midterm rappresentano molto più di questo e la loro portata va ben al di là di una promozione o di una – più probabile, stando ai sondaggi – bocciatura dei repubblicani e dell’amministrazione guidata dal 47esimo presidente degli Stati Uniti.

Come sempre quando gli americani sono chiamati alle urne, l’intero mondo è con gli occhi puntati sul più grande Paese dell’Occidente, i mercati globali oscillano e si mette in conto che dal giorno dopo potrebbe cambiare tutto. Questa tornata, però, ha un significato peculiare, un tratto politico assolutamente distintivo che probabilmente non si è mai visto in 250 anni di storia americana.

La sfida nella sfida

Il confronto interno va, infatti, ben oltre la naturale dicotomia politica tra il partito Repubblicano e quello Democratico. C’è una sfida nella sfida che caratterizza le elezioni di midterm 2026 ed è tutta in seno al movimento del quale Trump è espressione. O forse no, o almeno non più. Perché se è stato chiaro fin dalla sua scalata politica che il tycoon non fosse proprio una limpida e precisa incarnazione dei repubblicani, adesso è lampante che neanche il partito per come tradizionalmente lo conosciamo si rispecchia nel suo leader.

Tutt’altro. Il Presidente è sotto un informale stato d’accusa da parte dei suoi. Anche ad opera di quell’area Maga che pure è stata fondamentale per la sua incoronazione. E se pubblicamente si evitano critiche palesi, provando a non aggravare ulteriormente una campagna elettorale dagli esiti potenzialmente disastrosi, i movimenti sotto traccia sono tumultuosi.

Il subbuglio nel partito Repubblicano

Il clima è da resa dei conti e nelle stanze del partito Repubblicano Trump è già stato messo sulla graticola.

A partire dal braccio di ferro con mezzo mondo sui dazi per arrivare al bombardamento dell’Iran. Un punto quest’ultimo ritenuto come la principale causa di un’emorragia nei consensi. Così come non sono stati digeriti gli attacchi duri e diretti dell’inquilino della Casa Bianca a chiunque anche tra i repubblicani provasse ad alzare la mano per condurlo a più miti consigli. La misura è quindi colma e una batosta elettorale farà certamente scoppiare una vera e propria bomba nel partito, aggravando ulteriormente uno scenario che diventerebbe già critico con un Congresso a maggioranza democratica.

La resa dei conti contro Trump

Anche supponendo di riuscire a contenere i danni dal punto di vista elettorale il quadro politico interno non cambia però di molto. La convinzione è che Trump vada arginato e, soprattutto, che non debba in alcun modo continuare a dettare le carte in vista delle prossime presidenziali. In alternativa il rischio è che il partito si svuoti, perdendo capitale umano e, soprattutto, fondi, la vera linfa per sostenere l’attività politica negli Stati Uniti.

Proprio sui finanziatori si gioca infatti una fetta importante delle campagne elettorali americane. E da questa consapevolezza nasce un’ulteriore critica all’attuale inquilino della Casa Bianca: con scelte e dichiarazioni discutibili, sia per contenuto sia per le tempistiche, ha di sicuro favorito qualcuno a lui vicino, ma altrettanto certamente danneggiato molti altri. Anche tra i facoltosi sostenitori e sponsor dei repubblicani.

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