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Esteri

Il voto del Papa e la sfida di Trump: l’America sceglie anche con la fede

Per la prima volta un pontefice vota negli Stati Uniti. Mentre negli Usa fa discutere il caso Michigan

di Eleonora Ciaffoloni -


Papa Leone XIV ha espresso il suo voto per posta alle elezioni di midterm: e il voto segreto non è (quasi più) un segreto

C’è un cittadino che vota, per posta, alle elezioni americane di metà mandato. Ma non è un cittadino qualunque. È papa Leone XIV, nato a Chicago con il nome di Robert Francis Prevost, che ha affidato a una scheda elettorale (spedita) il proprio contributo alle elezioni midterm del 3 novembre.

La precisazione della Santa Sede sul voto del Papa

Lo ha fatto da cittadino statunitense, come ha precisato la Santa Sede, rivendicando il diritto e il dovere di partecipare alla vita democratica del suo Paese. Eppure, è una grande novità, visto che si tratta del primo Pontefice ad aver votato in un’elezione generale americana. Una circostanza particolare, ma fino a un certo punto: il Santo Padre non ha votato in quanto capo di uno Stato estero, né ha espresso una posizione ufficiale della Chiesa cattolica, ha esercitato un diritto che gli deriva dalla cittadinanza americana, mantenuta anche dopo l’elezione al soglio pontificio.

La sovranità della Santa Sede e dello Stato vaticano garantisce l’indipendenza del Papa da qualsiasi altro potere politico, ma non cancella la sua appartenenza civile originaria. In questo caso, le due dimensioni convivono: da una parte il capo della Chiesa cattolica, con un’autorità spirituale che supera i confini nazionali; dall’altra un americano che partecipa alla scelta dei propri rappresentanti. Insomma, un episodio senza precedenti conosciuti.

Eppure, il cuore della questione è denso: perché sappiamo (il voto è segreto ma in questo caso non troppo) per chi ha votato il Papa – sembrerebbe non per il partito Repubblicano di Trump – e sappiamo anche che il tema religioso non è affatto laterale.

La fede negli Usa

Gli Stati Uniti sono una democrazia laica, ma la fede continua a incidere sulla cultura politica, sulle appartenenze e, per una parte consistente dell’elettorato, sulle scelte di voto. Secondo una ricerca del Pew Research Center del maggio 2025, un quarto degli americani dichiara che la religione influenza molto o abbastanza il modo in cui vota. La percentuale sale al 51% tra i protestanti evangelici bianchi, il gruppo religioso nel quale il legame tra fede e orientamento elettorale appare più forte. Non è un dettaglio secondario per Donald Trump.

Nel 2024 il presidente ha raccolto l’81% dei voti dei protestanti evangelici bianchi, una componente che rappresenta da anni uno dei pilastri della coalizione repubblicana. Nello stesso appuntamento elettorale ha ottenuto anche la maggioranza del voto cattolico, con il 55%, mentre gli elettori senza affiliazione religiosa si sono orientati in larga parte verso Kamala Harris. La fede, dunque, non determina automaticamente una scelta politica, ma contribuisce a definire un terreno culturale sul quale i partiti cercano consenso.

Il caso del Michigan

È un terreno che non appartiene soltanto al mondo cristiano e che, in queste elezioni, emerge con particolare evidenza in Michigan. Qui la corsa per il Senato mette di fronte il democratico Abdul El-Sayed e il repubblicano Mike Rogers. El-Sayed, 41 anni, nato nello Stato da genitori egiziani, è musulmano e potrebbe diventare il primo senatore musulmano nella storia americana.

La sua candidatura ha un significato che supera il confronto tra due programmi: è diventata anche una prova della capacità della politica statunitense di riconoscere una pluralità di identità religiose e culturali senza trasformarle in un ostacolo alla rappresentanza. Il Michigan diventa così un osservatorio particolarmente interessante.

Da una parte c’è un candidato musulmano che rivendica la propria fede senza farne l’unico elemento della propria proposta politica; dall’altra una campagna repubblicana che prova a trasformare quell’appartenenza in un tema di sicurezza e identità nazionale. In mezzo ci sono elettori per i quali il voto può dipendere dall’economia, dalla sanità, dalla politica estera o dal modo in cui si sentono rappresentati. Anche qui, insomma, la religione non è una variabile isolata: si intreccia con la provenienza familiare, la storia personale e le aspettative di una comunità.

Dal voto del Papa al Michigan, la contraddizione americana

È questa la contraddizione americana: un Paese che separa costituzionalmente la religione dallo Stato, ma nel quale la fede continua a essere una presenza visibile nella competizione politica. Il voto del Papa lo mostra da una prospettiva inedita. E mentre Trump cerca di tenere insieme la propria coalizione, anche attraverso il rapporto con l’elettorato evangelico, le urne di oggi misureranno quanto queste appartenenze possano ancora spostare gli equilibri. Perché in America la fede non decide, ma continua a sedere, in un modo o nell’altro, accanto agli elettori.


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