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Politica

Bagatelle per un massacro (a sinistra). Conte sogna il leader terzo, Schlein quello doppio

La partita contro Meloni non è ancora iniziata, ma quella dentro l'opposizione è già entrata nella fase dello scontro aperto

di Ernesto Ferrante -


Prima il programma, ripetono tutti. Ma nel campo largo si parla soltanto di potere. Prima le idee, assicurano i leader dell’opposizione. E intanto combattono da settimane sulla domanda che nessuno riesce a sciogliere: chi guiderà la coalizione contro Giorgia Meloni?

Le parole pronunciate da Giuseppe Conte a Coffee Break hanno avuto il merito di squarciare il velo dell’ipocrisia. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha ammesso ciò che fino a ieri veniva raccontato sottovoce: nel recente colloquio con Elly Schlein le ha proposto di verificare la disponibilità di tutti i leader, lui compreso, a fare un passo indietro per convergere su una terza figura da candidare alla guida del centrosinistra.

Una proposta presentata come un gesto di generosità. Ma che in realtà contiene una sfiducia politica netta nei confronti della segretaria del Pd. Perché l’interrogativo è semplice. Se Schlein fosse considerata naturalmente la candidata premier dell’opposizione, perché mai dovrebbe farsi da parte? Se il Pd è il primo partito della coalizione, perché il suo leader dovrebbe essere congelato in nome di un nome terzo ancora ignoto?

Conte non lo dice apertamente, ma il messaggio è chiarissimo. Non vuole arrivare alle elezioni con una leadership democratica considerata acquisita. Prima di accettare Schlein a Palazzo Chigi preferisce riaprire completamente il tavolo. La risposta della segretaria dem era arrivata venerdì scorso. E aveva il sapore di una dichiarazione di guerra.

La vendetta della segretaria sotto forma di promemoria

Nella Direzione nazionale Elly Schlein di venerdì scorso ha scelto di non arretrare di un millimetro. Dopo mesi passati a inseguire l’unità dell’opposizione, ha deciso di parlare la lingua dei rapporti di forza. L’affondo più duro è arrivato in una frase destinata a pesare come un macigno nei rapporti con i Cinque Stelle: “Non è che uno vale uno”. Una formula che sembra scritta apposta per colpire il Movimento nel suo Dna politico.

La segretaria ha rivendicato il ruolo del Pd come primo partito dell’opposizione, ricordando che quel primato non è un regalo ma il risultato di una crescita costruita nelle urne. Ha elencato europee, regionali e comunali. Ha sottolineato il doppio dei voti ottenuti rispetto agli alleati. E soprattutto ha demolito il principio secondo cui ogni forza dovrebbe pesare allo stesso modo nella scelta del leader. Il sottotesto è inequivocabile. Il Pd non intende mettere sul tavolo il proprio consenso per poi accettare che il Movimento 5 Stelle conti quanto o più dei democratici.

L’alleanza anti-Meloni rischia di diventare l’alleanza anti-Schlein

Dietro il confronto sulle primarie e sul programma si sta consumando qualcosa di molto più profondo. Conte insiste sull’urgenza di accelerare. Chiede di preparare le primarie, parla di voto in primavera, assicura che il Movimento sosterrà lealmente chiunque vinca. Ma allo stesso tempo continua a mettere in discussione il principio caro a Schlein che chi prende più voti guida la coalizione.

La leader democratica, dal canto suo, mostra ormai una crescente insofferenza verso quello che considera un tentativo permanente di commissariare il Pd dall’esterno. Quando parla di chi vorrebbe “scegliere per noi” o “darci la linea da fuori”, il destinatario non viene nominato ma è perfettamente riconoscibile. E così l’alleanza che dovrebbe sfidare Meloni appare sempre più come una federazione di sospetti reciproci.

Il capo politico dei pentastellati degrillizzati teme un centrosinistra a trazione democratica in cui il suo movimento finisca relegato al ruolo di junior partner. Schlein teme un alleato che, pur non avendo i numeri del Pd, pretenda un diritto di veto sulla leadership. Sono due visioni incompatibili. E ogni dichiarazione pubblica rende la distanza più evidente. I fatti raccontano una verità che nel campo largo nessuno vuole ammettere apertamente. Il programma è ancora da scrivere, la coalizione ancora da costruire, ma la lotta per Palazzo Chigi è già iniziata. E assomiglia sempre meno a una discussione tra alleati. Sempre più a una resa dei conti.

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