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Ambiente

Serve un Piano energetico nazionale con obiettivi, investimenti, tempi e responsabilità precise

di Raffaele Bonanni -


I problemi diventano giganteschi quando si dimentica la regola più elementare della saggezza: affrontare un’emergenza prima che irrompa. Le classi dirigenti, se meritano il nome, devono prevedere le difficoltà con competenza e responsabilità. Se offrono soltanto soluzioni miracolose, come il Gatto e la Volpe a Pinocchio, incubano problemi destinati a presentare il conto.

Le classi dirigenti non sono soltanto i governanti, ma tutti coloro che influenzano le scelte collettive. La loro responsabilità è dire ciò che è necessario, non soltanto ciò che piace.

È quanto emerge davanti al costo di carburanti ed energia, che pesa su famiglie e imprese. È comprensibile chiedere ristori e interventi immediati. Il problema nasce quando la politica si limita a inseguirli, evitando di fare i conti con decenni di insufficiente programmazione energetica. Da troppo tempo, lo Stato affronta le crisi con bonus, imposte straordinarie e tassazioni: misure talvolta necessarie, ma che restano toppe su pantaloni logori. Coprono uno strappo, non costruiscono una strategia.

In questa emergenza va riconosciuto alla presidente Giorgia Meloni di avere fatto bene a esercitare la moral suasion sulle compagnie petrolifere, sollecitandole a contenere il prezzo dei carburanti. L’adesione di alcuni operatori ha innescato una pressione concorrenziale anche sulle compagnie inizialmente riluttanti: il rimbalzo della concorrenza ha trasformato un’iniziativa volontaria in una leva capace di allargare l’effetto calmierante. È un’esperienza importante, ma non può restare isolata.

La vicenda mette in luce una questione strutturale: occorre rafforzare le regole contro i cartelli e rendere le Authority più incisive e tempestive nella tutela della concorrenza e dei consumatori. Se la pressione competitiva produce risultati nell’emergenza, regole solide devono renderla ordinaria. Un accordo tra maggioranza, opposizione e parti sociali potrebbe dare un grande contributo al cambiamento, costruendo una strategia capace di durare oltre una legislatura.

L’emergenza non può diventare il metodo: occorre agire sulle cause, dalla concorrenza alle infrastrutture, dalle reti agli investimenti tecnologici.

Soprattutto, serve un Piano energetico nazionale, con obiettivi, investimenti, tempi e responsabilità precise. Non possiamo perpetuare la dipendenza dagli idrocarburi. Petrolio e gas avranno ancora un ruolo nella transizione, ma la direzione deve essere inequivocabile: ridurne progressivamente il peso fino a sostituirli, con tutte le fonti rinnovabili, integrate da accumuli e completate dal nucleare.

Rinnovabili, efficienza energetica e nucleare non sono bandiere ideologiche da contrapporre, ma componenti di una politica industriale capace di garantire sicurezza, prezzi competitivi e drastica riduzione delle emissioni.

Zero emissioni e autonomia energetica devono diventare obiettivi nazionali: non slogan, ma traguardi perseguiti con programmi verificabili e decisioni di lungo periodo.

L’urgenza aumenta perché i consumi elettrici cresceranno sensibilmente. Elettrificazione civile e industriale, digitalizzazione, data center, automazione e soprattutto intelligenza artificiale richiederanno sempre più energia. Senza programmare produzione, reti e accumuli prepareremmo oggi l’emergenza di domani.

Un Paese che vuole sviluppare l’IA, attrarre investimenti e conservare una manifattura competitiva non può avere un sistema energetico fragile e costoso. Senza energia abbondante, sicura e competitiva non esiste autonomia industriale.

Basta una guerra o un blocco delle forniture perché l’energia torni a essere un’emergenza nazionale. È questa vulnerabilità che una politica lungimirante deve ridurre. Servono classi dirigenti capaci di prevenire anziché rincorrere i problemi e di spiegare che governare significa assumere oggi decisioni difficili i cui benefici matureranno nel tempo.

Ma la responsabilità appartiene anche ai cittadini. Un’opinione pubblica meno sedotta dalle promesse immediate può spingere la politica alla responsabilità. Molti pensano che la lungimiranza non paghi e che convenga promettere il Paese dei Balocchi. È questo circolo vizioso che va spezzato.

Bonus e ristori tamponano una crisi, ma non sono una politica energetica. Le toppe, prima o poi, non bastano. L’energia è la condizione materiale su cui si costruiscono sicurezza, sviluppo, competitività e autonomia di una nazione. Trattarla come un’emergenza significa rinunciare al futuro.

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