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Attualità

Ai 5 Stelle la commissione d’inchiesta fa più paura della pandemia

di Eleonora Manzo -


A giudicare dalle inconsuete reazioni delle truppe pentastellate, a mietere più paura del Covid tra le loro fila, è l’istituzione della Commissione d’inchiesta. D’altronde, hanno cercato sin dall’inizio, anzi, ancora prima che nascesse, di ostacolarla.

Il caso dell’audizione di Domenico Arcuri è l’ennesima fotografia di un vizio ormai incancrenito del partito di Conte: invocare verità, memoria e rispetto per i cittadini fino a quando la verità non rischia di mettere in imbarazzo i propri amici.

Già due anni fa, quando in parlamento si stavano definendo i ruoli di questa commissione d’inchiesta, i grillini abbandonarono l’Aula per protesta. Pochi mesi dopo, quando fu istituita, Conte espresse tutto il suo disappunto sottolineando la vigliaccheria di chi la sosteneva.

Il punto è semplice, il centrodestra vuole che sull’ex commissario straordinario si vada fino in fondo, in forma piena, testimoniale, senza il comodo paracadute della chiacchierata istituzionale, della deposizione morbida e con tanto di pacca sulle spalle, della passerella in cui si parla molto e si risponde poco. Dall’altra parte, il Movimento 5 Stelle si agita, si schermisce, obietta, frena, distingue, puntualizza. Tutto questo si traduce nella volontà di voler proteggere Arcuri.

Fratelli d’Italia, ovviamente si è opposta. La capogruppo in commissione, Alice Buonguerrieri, ha insistito per proseguire con l’audizione a testimonianza e ha chiesto al presidente Marco Lisei, come avvenuto per gli altri auditi, di garantire che Arcuri riferisca su fatti nuovi e con formula testimoniale.

Eppure, sarebbe interesse di tutti, soprattutto di chi si riempie la bocca di trasparenza, chiarire fino in fondo ciò che è accaduto in quella stagione di scempi politici, amministrativi e comunicativi. Perché il Covid non è stato soltanto una tragedia sanitaria. È stato silenzio, freddezza, incapacità di dialogo con chi impaurito attendeva risposte, è stato un acceleratore di opacità, una zona franca in cui il potere si è mosso spesso senza contrappesi reali, coperto dalla retorica dell’emergenza. Sono stati spesi miliardi senza sapere ancor bene in che modo, tutti soldi dei cittadini italiani.

Arcuri, in quella stagione, non era un passante. Era il commissario straordinario, l’uomo investito di poteri enormi, di una gestione che avrebbe dovuto essere efficiente, lineare, irreprensibile, la persona nella quale milioni di individui si identificavano per rendere meno aggressiva la paura, l’impotenza, l’incapacità di comprendere. Invece attorno a quella stagione restano polemiche, ombre, scelte discutibili, forniture contestate, simboli tragicomici di un’Italia che in nome dell’urgenza finiva per premiare l’improvvisazione. Davvero c’è qualcuno che pensa di liquidare tutto con una audizione addomesticata, da salotto istituzionale, magari con domanda morbida e risposta scritta da un ufficio stampa?

Il sospetto, e a voler essere cattivi, la quasi certezza, è che i 5 Stelle temano non tanto ciò che ormai è agli onori della cronaca e già di dominio pubblico, ma ciò che potrebbe emergere con l’obbligo della testimonianza. Perché un conto è quanto ricorda o voglia far ricordare la politica, che cancella dimentica, minimizza all’occorrenza. Un altro è la responsabilità personale di chi è chiamato a riferire in modo pieno. E allora ecco il riflesso condizionato, minimizzare, sviare, rinviare, intorbidire. Prender tempo perché se non puoi impedire che si parli puoi tracciare un percorso più lungo per ingannare la memoria.

Andare fino in fondo non è vendetta, né regolamento di conti retrospettivo. È il minimo sindacale in una democrazia seria. Gli anni del Covid non possono essere archiviati come una parentesi intoccabile, coperta da una indulgenza plenaria permanente. Se ci sono state scelte sbagliate, responsabilità politiche, errori clamorosi o zone grigie, vanno accertati. Senza santini, senza immunità morali, senza l’ennesima recita di chi pretende trasparenza solo per gli avversari.


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