L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Economia

Alla ricerca dei farmaci perduti

Un italiano su tre ha difficoltà a reperirli. Dalla guerra alla burocrazia, una filiera sotto pressione

di Giovanni Vasso -


Abbiamo un (serio) problema coi farmaci. Un italiano su tre ha difficoltà a reperirli. È una situazione che già avevamo vissuto, all’epoca del Covid. E che oggi si sta riproponendo. Se, in pandemia, tutto fu addossato a un generico “everything shortage”, una diffusa carenza di materie prime dovuto all’allentamento della logistica e delle supply chain, oggi la situazione non pare molto diversa. La guerra in Medio Oriente ha inferto un colpo tremendo alle forniture farmaceutiche e, di certo, non aiuta il clima di guerra commerciale, più o meno aperta, che l’Europa (e più in generale l’Occidente) ha ingaggiato con la Cina. Il risultato è che i farmaci scarseggiano. O, quantomeno, iniziano a mancare sugli scaffali delle farmacie.

Alla ricerca del farmaco perduto

Il report Cittadinanzattiva-Federfarma, a proposito, è chiarissimo. Il nodo emerso nell’ottava edizione del Rapporto sulla Farmacia è di quelli che fanno riflettore. Un terzo della popolazione italiana ha riscontrato più di una difficoltà a reperire i medicinali di cui aveva bisogno. Non solo farmaci da banco. Per un paziente su dieci, afflitto da patologie croniche, s’è addirittura palesato il rischio di mettere a repentaglio la continuità delle cure e delle terapie. Non è qualcosa di inedito. Ma il problema è che la penuria di farmaci potrebbe aggravarsi. La questione, nelle scorse settimane, era stata già evidenziata dal sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato. Che aveva messo in chiaro i termini della questione. “Oggi circa l’80% dei principi attivi utilizzati per produrre farmaci salvavita viene realizzato all’estero, soprattutto in Paesi come India e Cina. Questo significa che, in caso di crisi o interruzioni nelle forniture, l’Italia potrebbe trovarsi in difficoltà nel garantire la produzione di medicinali essenziali”, aveva affermato Gemmato. Che perciò aveva avvisato tutti: “Alla luce di quanto sta accadendo a livello internazionale, il rischio di carenze è concreto”.

Carenze? Il rischio può esserci

A fronte di questo pericolo, l’esponente del governo aveva però puntato a rassicurare: “Intendiamo intervenire con una legge delega per rafforzare la produzione nazionale, recuperando la capacità di produrre in Italia sia i principi attivi sia i farmaci”. Allo stato attuale, ha poi sottolineato il sottosegretario, si parla di un pericolo e non di una realtà già grave: “Non ci sono carenze di farmaci e non ci sono all’orizzonte aumenti del prezzo. Attualmente le criticità in Italia sono quelle storiche e che vengono dall’Aifa compendiate e legate alla carenza di alcune molecole che vengono sostituite con molecole di biosimilari, ovvero importante da altri Paesi europei dove questi farmaci sono disponibili. La situazione è assolutamente sotto controllo”. Ma ciò non vuol dire, però, che la filiera non sia sotto pressione. Il tema è centrale. Al punto che pure Farmindustria ha messo tutti sull’avviso, estendendo la questione a tutta l’Europa.

Un problema europeo

Già, perché non è (ovviamente, ma è sempre bene ribadirlo) un problema solo italiano bensì continentale: “Se pensiamo agli incrementi degli stati di carenza l’orizzonte temporale è breve, di alcuni mesi, poi la situazione potrebbe essere preoccupante, così come la sostenibilità industriale”, aveva spiegato Marcello Cattani. Che ha descritto cosa sta accadendo nella filiera del farmaco: “Ci sono stati ulteriori incrementi del 25% sull’alluminio, del 15% sugli ingredienti attivi, del 25% sul vetro. L’alluminio non è estratto in Europa, ma viene da Cina, India e Australia. Nel momento in cui si è presentata questa quarta crisi energetica, vengono ridotti i volumi perché si scatena l’accaparramento. Noi cerchiamo di gestire la situazione diversificando l’approvvigionamento, ma ci sono dei limiti oggettivi”.

Curarsi della burocrazia

Alcuni di questi sono legati a vicende di natura burocratica e, quindi, economica. Come ha rilevato Riccardo Zagaria presidente di Egualia, l’organizzazione che riunisce i produttori di farmaci generici. “Senza interventi urgenti sulla sostenibilità industriale dei farmaci a brevetto scaduto, il sistema rischia di perdere progressivamente pezzi fondamentali, con un aumento delle carenze e una minore disponibilità di medicinali essenziali per i pazienti”. Lo stesso Zagaria aveva avvisato che “le carenze” di farmaci rappresentano “non un fenomeno episodico ma il segnale di un equilibrio che si sta incrinando”. E su cui incidono pure le scelte dei legislatori. A cominciare da quello europeo e proseguendo poi con i parlamenti e governi nazionali. “I farmaci non coperti da brevetto sono la spina dorsale della continuità terapeutica per milioni di pazienti e un pilastro della sostenibilità del Servizio sanitario nazionale. Ma oggi questa infrastruttura è sotto pressione: costi in crescita, prezzi rigidi e meccanismi regolatori non più adeguati stanno comprimendo i margini fino a rendere non sostenibile la permanenza sul mercato di molti prodotti”, aveva spiegato il presidente di Egualia.

La guerra dei farmaci

Insomma, la guerra ha messo sotto pressione una filiera già segnata da problemi di natura legislativa e, soprattutto, da uno scontro commerciale di dimensioni globali. La strategia della delocalizzazione, per la farmaceutica così come in altri settori economici, non s’è rivelata molto lungimirante. L’Italia, da parte sua, può contare su un comparto attivo, dinamico e capace di imporsi tra le voci più redditizie dell’export nazionale. Ma bisogna far presto. Ed evitare che gli scaffali delle farmacie, che già si fanno in quattro per assistere i pazienti offrendo sempre più servizi, consigli e soluzioni, restino vuoti.


Torna alle notizie in home