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Esteri

Il ritorno del rischio sovrano: l’allarme dei bond smaschera le fragilità dell’Occidente

The Economist spiega le ragioni del problema

di Ernesto Ferrante -


Per oltre un decennio l’Occidente ha vissuto nell’illusione che il debito pubblico fosse un problema secondario. Tassi d’interesse vicini allo zero, banche centrali pronte a comprare titoli di Stato e una liquidità pressoché infinita hanno consentito ai governi di accumulare passivi senza pagarne immediatamente il prezzo politico. Oggi quella stagione è finita. È questo il messaggio che emerge dalla copertina del nuovo numero di The Economist, che pone una domanda tanto provocatoria quanto inquietante: “Will bonds blow up?” (“Le obbligazioni esploderanno?”). Il settimanale britannico sostiene che il rischio di una crisi del debito sovrano nei Paesi ricchi stia crescendo rapidamente, alimentato dalla combinazione di debiti record, rendimenti elevati e crescente sfiducia degli investitori.

Il nodo politico

Non si tratta soltanto di una questione finanziaria. Dietro la tensione sui mercati obbligazionari si nasconde una crisi profondamente politica, derivante dall’incapacità delle classi dirigenti occidentali di riportare sotto controllo la spesa pubblica senza compromettere consenso elettorale, welfare e crescita economica. A preoccupare maggiormente è la Francia. Secondo i dati riportati nelle analisi economiche più recenti, il deficit transalpino dovrebbe attestarsi al 5,4% del PIL, ben oltre il limite del 3% previsto dalle regole europee. Intanto il debito pubblico francese continua a salire e gli investitori chiedono rendimenti sempre più elevati per finanziare Parigi.

La questione, tuttavia, va oltre i numeri. La Francia si trova alla vigilia di una delicata stagione politica, con elezioni presidenziali all’orizzonte e un sistema istituzionale attraversato da forti tensioni. Il governo si trova stretto tra la necessità di rassicurare i mercati e l’impossibilità di imporre tagli drastici a una società storicamente ostile alle cure di austerità. Reuters sottolinea come gli investitori stiano progressivamente scaricando il debito francese, temendo che la frammentazione politica renda sempre più difficile una vera correzione dei conti pubblici.

Il caso italiano

È il paradosso della seconda economia dell’eurozona, troppo grande per fallire, ma sempre meno credibile agli occhi dei mercati. Se la Francia rappresenta il rischio emergente, l’Italia continua a incarnare il rischio strutturale. Con un debito netto attorno al 129% del PIL, Roma rimane uno degli anelli più delicati della catena europea. La differenza rispetto al passato è che oggi il peso degli interessi torna a farsi sentire. Negli anni del quantitative easing la montagna di debito italiana appariva sostenibile grazie all’intervento della Banca Centrale Europea. In un contesto di tassi elevati, però, ogni rifinanziamento diventa più costoso e ogni deviazione dai sentieri di bilancio viene immediatamente punita dai mercati. Per questo The Economist definisce l’Italia “fragile”, non perché una crisi sia imminente, ma perché la capacità di assorbire shock economici o politici resta limitata.

I tempi sono cambiati

Il vero cambiamento rispetto alla crisi del debito europeo del decennio scorso è che oggi il problema non riguarda soltanto i Paesi tradizionalmente considerati deboli. Anche gli Stati Uniti, il Regno Unito e gran parte del mondo sviluppato stanno facendo i conti con costi di finanziamento nettamente superiori rispetto al passato. Reuters evidenzia come i rendimenti dei Treasury americani siano vicini ai massimi da oltre vent’anni, mentre il debito federale continua a crescere e la spesa per interessi raggiunge livelli senza precedenti. In altre parole, il mercato sta lanciando un messaggio chiaro ai governi. Il tempo della spesa senza limiti finanziata a costo quasi zero è terminato.

Un interrogativo che pesa

La domanda posta da The Economist non riguarda soltanto i bond. Riguarda la tenuta politica delle democrazie occidentali. I mercati obbligazionari, infatti, non giudicano soltanto i numeri di bilancio. Valutano la capacità dei governi di prendere decisioni impopolari, di contenere la spesa e di offrire una prospettiva credibile di stabilizzazione del debito. Quando questa fiducia viene meno, il costo del denaro aumenta, i deficit si aggravano e il circolo vizioso può diventare rapidamente ingestibile.

Per anni Bruxelles, Parigi, Londra e Washington hanno rinviato il momento della verità contando sull’intervento delle banche centrali. Oggi quell’ombrello si sta chiudendo. E il mercato dei titoli di Stato, tradizionalmente considerato il più sicuro del sistema finanziario, rischia di trasformarsi nel principale fattore di instabilità dell’economia occidentale. È questo il vero avvertimento nascosto dietro la copertina dell’Economist. Non una profezia di crollo imminente, ma il segnale che la fiducia, la materia prima su cui si regge il debito sovrano, non può essere stampata come moneta.

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