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Altra crisi, altro taglio: giù la spesa alimentare degli italiani

Prezzi su, carrelli vuoti: il dilemma delle famiglie che non spendono più

di Giovanni Vasso -


Spesa alimentare, che guaio. Come ogni ciliegia tira l’altra, così ogni crisi chiama la prossima. È cominciato tutto col Covid, poi è arrivata la guerra in Ucraina e adesso il conflitto in Medio Oriente. Il conto della, anzi delle, guerre lo pagano, al solito, le famiglie. L’energia, che è una materia prima fondamentale per tutti i comparti economici, schizza e trascina con sé i prezzi al dettaglio. Per semplicità la chiamiamo inflazione. Sarebbe meglio parlare di carovita. Il prezzo dei disordini che scuotono il mondo lo paghiamo, ogni giorno, nel carrello della spesa. L’ultimo allarme è arrivato, qualche settimana fa, dalla Confederazione italiana dell’Agricoltura.

La spesa alimentare in calo

Che ha spiegato come i prezzi siano arrivati a livelli tanto estremi da indurre la metà, o poco meno (per la precisione il 48%) delle famiglie a tagliare sulla spesa. I rincari, riferiscono dalla Cia, sono nettamente avvertiti dall’89% degli italiani. Che, pur sommamente convinti della qualità impareggiabile dei prodotti dell’agroalimentare nazionale, iniziano a farne a meno. Perché costano troppo rispetto a quanto ci si possa permettere. Il tema non è nuovo, purtroppo, dalle nostre parti. I problemi non hanno mai una sola origine, le cause sono tante. A cominciare, per dire, dalle paghe troppo basse che caratterizzano il mercato del lavoro italiano. Per tanti, troppi anni, le imprese hanno risparmiato sulle retribuzioni per mantenere una certa competitività sui mercati. È stata una scelta che oggi è diventata insostenibile. Perché l’economia è un girotondo e non funziona se i soldi non girano. Un altro nodo è quello del rapporto in termini di valore e di quantità della spesa. Con gli stessi soldi, oggi, ci si porta a casa un carrello mezzo vuoto rispetto a qualche anno fa.

Quanto pesa lo scontrino

E tocca, ancora una volta, fare appello al salvadanaio. Già, perché secondo i conti dei consumatori del Codacons, a causa della crisi mediorientale è in arrivo una “maxistangata” da mille euro. In pratica, elaborando i dati sull’inflazione di aprile dell’Istat (+2,8%) si evince che l’esborso maggiore sarà pari a 926 euro per un nucleo di tre persone, che salirebbe a 1.279 per una famiglia con due figli. A esigere il prezzo più salato sarà, appunto, la spesa alimentare: +198 euro a famiglia. Ma siamo ancora all’inizio. È quindi conseguenziale il (nuovo?) atteggiamento delle famiglie rispetto alla spesa. Secondo l’analisi di The European House-Ambrosetti, il 66% delle famiglie a basso reddito sceglie il prezzo come prima leva di acquisto. Insomma, meno qualità più risparmio. Ma si tratta di un comportamento che inizia a contagiare pure i nuclei a reddito più alto: con il 39% delle preferenze accordate a un prezzo inferiore. “In questo contesto, la competitività della filiera agroalimentare diventa ancora più strategica: significa tutelare imprese, lavoro, export, qualità dei prodotti e accessibilità per i consumatori”, spiegano da Teha. Facendo notare, in tralice, che il Made in Italy è alla chiamata finale. Il (grande) pericolo è che i prodotti nazionali, di alta qualità, possano diventare un vero e proprio lusso. Perdendo, così, quote di mercato a favore di tutte le importazioni su cui continua a sgolarsi, da mesi, Coldiretti. Sarebbe una mazzata e non solo per l’agricoltura. Ma per tutti. Perché l’economia gira e non corre e se si ferma uno si possono fermare tutti.


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