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Esteri

La nuova età dell’atomo: il mondo accelera

Le intese strategiche passano per l'innovazione tra Cina e il resto del mondo

di Ernesto Ferrante -


Per troppo tempo il nucleare è stato considerato da molti una tecnologia del passato. L’incidente di Fukushima aveva rallentato programmi e investimenti, mentre la crescita delle energie rinnovabili sembrava destinata a monopolizzare il futuro della transizione energetica. Oggi quello scenario è cambiato radicalmente. L’aumento del “bisogno elettrico” legato all’intelligenza artificiale, ai data center, all’elettrificazione dei consumi e alla decarbonizzazione industriale sta spingendo governi e grandi gruppi energetici a rivalutare l’atomo come fonte stabile, programmabile e a basse emissioni. La conseguenza è che il mondo sta vivendo una importante fase di espansione nucleare.

La grande espansione nucleare

Secondo l‘International Energy Agency, alla fine del 2025 la capacità nucleare globale era pari a 420 GW, con reattori operativi in oltre trenta Paesi. Ancora più significativo è il dato sulla nuova capacità. Sono attualmente in costruzione 78 GW di potenza nucleare in quindici Stati, uno dei livelli più elevati registrati negli ultimi trent’anni. Circa la metà della capacità oggi in costruzione si trova in Cina. La geografia della nuova corsa all’atomo racconta molto delle trasformazioni in atto nei rapporti di forza internazionali. Se nel secolo scorso Stati Uniti ed Europa dominavano il settore, oggi il baricentro si sta spostando verso l’Asia. Negli ultimi anni la maggioranza dei nuovi reattori avviati nel mondo è stata realizzata con tecnologie cinesi o russe, un dato che segnala come la competizione nucleare sia diventata anche una battaglia per l’influenza industriale e strategica.

Il modello cinese: energia, industria e sicurezza

Nessun Paese incarna questa trasformazione più della Cina. Pechino considera il nucleare una delle tecnologie chiave per il proprio sviluppo industriale e per la propria autonomia strategica. Il programma nucleare civile si inserisce inoltre nel più ampio quadro della politica di “Military-Civil Fusion”, la dottrina promossa dal presidente Xi Jinping che mira a integrare ricerca civile, industria avanzata e apparato militare nelle tecnologie considerate strategiche. Per il Dipartimento di Stato statunitense, tra i settori interessati figurano esplicitamente le tecnologie nucleari avanzate, ritenute intrinsecamente “dual use”, cioè suscettibili di applicazioni sia civili sia militari. Analisi del Carnegie Endowment sottolineano come materiali, componenti e competenze nucleari siano per loro natura condivisibili tra i due ambiti.

Gli Stati Uniti e la scommessa sulla fusione

La risposta occidentale passa soprattutto per l’innovazione. Negli Stati Uniti non si punta soltanto sui reattori tradizionali ma anche sulle tecnologie che potrebbero cambiare il paradigma energetico del futuro, ovvero i piccoli reattori modulari e la fusione nucleare. Proprio la fusione, per decenni confinata nei laboratori, sta entrando in una fase nuova. Il segnale più significativo arriva da Commonwealth Fusion Systems, spin-off del MIT considerato uno dei progetti più avanzati al mondo.

Nel settembre 2025 Eni ha firmato con la società un accordo commerciale del valore superiore a un miliardo di dollari per l’acquisto di energia proveniente dal futuro impianto ARC in Virginia. L’intesa amplia una partnership iniziata nel 2018, quando il gruppo italiano fu tra i primi investitori industriali della società americana. Il progetto punta a collegare alla rete una centrale a fusione da 400 MW nei primi anni Trenta. Il significato dell’operazione va oltre il suo valore economico. Non certifica ancora l’arrivo della fusione commerciale, che resta una tecnologia in fase di sviluppo, ma dimostra come grandi operatori energetici internazionali siano ormai disposti a investire capitali significativi su una prospettiva industriale che fino a pochi anni fa appariva puramente sperimentale.

La strategia europea per i reattori del futuro

Anche l’Europa sta cercando di recuperare terreno. Nel marzo 2026 la Commissione europea ha presentato una strategia specifica per accelerare lo sviluppo e la diffusione degli Small Modular Reactor (SMR) e degli Advanced Modular Reactor (AMR). Bruxelles punta a rendere operativi i primi progetti europei all’inizio del prossimo decennio e stima che la capacità installata possa raggiungere tra 17 e 53 GW entro il 2050. Parallelamente è stata rafforzata l’Alleanza Industriale Europea sugli SMR, con l’obiettivo di costruire una vera filiera continentale in grado di competere con i grandi operatori globali.

L’Italia tra ricerca avanzata e competenze industriali

In questo contesto si inserisce l’Italia. Non come protagonista principale della corsa globale, ma come un Paese che possiede competenze molto più rilevanti di quanto il dibattito pubblico lasci spesso immaginare. Il sistema italiano continua infatti a occupare una posizione di rilievo nella ricerca avanzata sulla fissione e sulla fusione. Il centro Enea del Brasimone rappresenta uno dei poli europei di riferimento nello sviluppo delle tecnologie legate ai reattori avanzati raffreddati a piombo, mentre il progetto DTT di Frascati è una delle infrastrutture più importanti del continente nel settore della fusione.

Il Programma di Ricerca Nucleare 2025-2028, finanziato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e attuato da Enea con il contributo del Cnr e del Consorzio Rfx, si muove esattamente in questa direzione. Le attività riguardano lo sviluppo di infrastrutture per Smr e Amr, la ricerca sulla fusione, i sistemi per il breeding blanket, le applicazioni in medicina nucleare, la produzione di radioisotopi, gli studi sull’idrogeno e la formazione di nuove competenze scientifiche e industriali.

La partita del XXI secolo

Osservato da una prospettiva globale, il nucleare del XXI secolo appare molto diverso da quello del Novecento. Non è più soltanto la tecnologia delle grandi centrali nazionali. È un ecosistema che comprende reattori modulari, applicazioni industriali, idrogeno, medicina avanzata, data center e fusione. Un settore nel quale si intrecciano sicurezza energetica, competitività economica e sovranità tecnologica.

La Cina costruisce reattori a un ritmo senza precedenti e integra il nucleare nella propria strategia tecnologica nazionale. Gli Stati Uniti attirano investimenti miliardari sulla fusione. L’Europa tenta di costruire una filiera industriale comune per le tecnologie modulari. L’Italia, pur restando priva di centrali operative, conserva un patrimonio scientifico che il resto del mondo già valorizza. La vera questione non è dunque se il nucleare stia tornando. È già tornato. La domanda che governi e industrie si stanno ponendo riguarda piuttosto chi guiderà questa nuova fase. E, soprattutto, chi riuscirà a trasformare la ricerca di oggi nel vantaggio strategico di domani.

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