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Politica

L’ombra di Grillo sul Campo Largo

di Alessandro Scipioni -


Il durissimo j’accuse di Beppe Grillo, contro il MoVimento 5 Stelle, la creatura che “ha perso identità” ed è stata fagocitata dai palazzi del potere, non è soltanto un regolamento di conti interno o una contesa preventiva in vista della battaglia legale sul nome e sul simbolo.

Secondo le cronache, lo scontro tra il fondatore e Giuseppe Conte certifica una frattura profonda che va ben oltre le dinamiche pentastellate, finendo per travolgere i fragili equilibri dell’intero Campo Largo.

​I problemi per l’alternativa di centrosinistra sono oggettivamente enormi, e affondano le radici nella mutazione genetica del partito guidato da Conte. Nato originariamente come una forza dirompente, capace di intercettare trasversalmente il disagio civico e di risultare votabile tanto da elettori delusi di destra quanto da elettori delusi di sinistra grazie alla spinta originaria di Grillo, il M5S si è progressivamente arenato nel pantano parlamentare.

Sotto la gestione di Conte, il Movimento ha smarrito quell’elemento di originaria trasversalità per trasformarsi in una forza baricentrica che cerca quotidianamente di accreditarsi come l’unico vero garante di affidabilità di governo. Sfruttando la figura del suo leader che è già stato Premier.

Il paradosso di Conte e l’ombra del gialloverde

​Il paradosso politico di Conte risiede proprio qui. Nonostante un profilo istituzionale rassicurante, forte del suo background da professore universitario e da presidente del Consiglio, l’ex premier tenta costantemente di proporsi come il perno moderato e affidabile del sistema, finendo però per ridursi, nei fatti, alla stampella dei settori più massimalisti e inaffidabili pur di mantenere posizioni di potere.

È un calcolo cinico, lo stesso che lo spinse ad accettare la guida del governo gialloverde. Allora il M5S era il socio di maggioranza ma privo di una leadership politica interna strutturata, costretto a cercarsi un punto di riferimento esterno, mentre alle spalle la Lega poteva contare su una classe dirigente e su amministratori locali ampiamente consolidati.

​Oggi, le stoccate di Grillo, che accusa i suoi ex discepoli di essersi montati la testa e di aver scoperto le sirene del palazzo, portano bruscamente i nodi al pettine.

Certo, pensare che l’attacco di Grillo possa scalzare immediatamente la leadership di Conte all’interno dei gruppi parlamentari, dove si fa quadrato per puro calcolo di sopravvivenza in vista delle scadenze elettorali, sarebbe ingenuo. Tuttavia, il peso specifico del fondatore non va sottovalutato. Già in passato Grillo ha dimostrato di poter spostare gli equilibri con mosse dirompenti, come quando il suo celebre pubblico Aventino pesò in modo determinante nella sconfitta del centrosinistra alle elezioni regionali liguri.

La forza (e il veleno) di Beppe Grillo sul Campo Largo

​Rispetto ad altre figure radicali dell’area, come Alessandro Di Battista, Beppe Grillo possiede ancora una forza simbolica e una capacità di mobilitazione, o di smobilitazione, in grado di erodere e mettere in crisi le coscienze dei militanti pentastellati. Una base elettorale sempre più dilaniata, strattonata e spinta sulla soglia della rottura da un leader che, per quanto capace di manovrare nei palazzi della politica romana, non si è mai dimostrato un vero trascinatore di coscienze critiche.

È così che, tra la battaglia per il simbolo e il logoramento identitario denunciato anche da ex ministri come Danilo Toninelli, il sogno contiano di unire il centrosinistra sotto la propria egemonia rischia di sgretolarsi proprio sul terreno della credibilità perduta.

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