Il paradosso delle primarie sul riarmo. Quel campo largo che cammina alla rovescia
I leader del campo largo. ©ANSA
C’è un aspetto che davvero non riesco a comprendere delle dichiarazioni di Giuseppe Conte sull’Ucraina. Il leader del Movimento 5 Stelle sostiene di essere contrario all’invio di nuove armi e favorevole ad intavolare negoziati seri con la Russia.
Una posizione molto netta, marcatamente identitaria, secondo cui il coinvolgimento dell’Italia nella guerra sul piano delle forniture militari deve cessare perché Kiev è già fin troppo armata.
Il punto cieco, incomprensibile sul piano della logica politica, è come sia possibile sottoporre una posizione così radicale al vaglio delle primarie di coalizione. In genere le primarie non sono l’anticipazione del turno elettorale vero e proprio, ma servono per modulare un programma coerente con i temi fondamentali condivisi dai soggetti politici presenti e, all’interno di tali temi, per individuare la figura più adatta ad interpretarli. È necessaria quindi per procedere quantomeno un’omogeneità di fondo sui princìpi tra le forze della coalizione. Certo quell’occasione per chiarire quale posizione debba andare avanti. Ma questo non vale per una piattaforma valoriale o per macro temi dove, se esiste davvero una coalizione coerente, c’è una visione già chiara.
Primarie e princìpi: il vizio d’origine del campo largo
Affidare alle primarie un elemento così qualificante, così distintivo e divisivo all’interno dell’attuale campo largo, come la guerra in Ucraina, è in pieno contrasto con la logica stessa dello strumento. Conte afferma di essere contro la guerra e di voler affidare agli elettori dei gazebo la scelta finale, ma questo affidamento diventa la prova grottesca della fragilità strutturale dell’alleanza stessa. Si affida alle primarie la verifica della possibilità di esistenza della coalizione che dovrebbe invece già esistere sulla base di fondamenta comuni.
Se le altre forze del campo largo si presentassero con posizioni opposte, Conte le accetterebbe?
E soprattutto, se il leader dei 5 Stelle perdesse le primarie, cosa succederebbe? Rimarrebbe in vita un’alleanza in cui gli elettori hanno scelto il sostegno militare?
Questa avversione al riarmo dovrebbe rappresentare una pregiudiziale d’ingresso, non l’oggetto di una consultazione interna.
Il campo largo deve ancora nascere ed è affetto dallo stesso identico vizio d’origine che ha segnato la fragilità storica della costruzione dell’Unione Europea; prima si è fatta la moneta e poi si è pensato di fare le istituzioni comuni (prescindendo dai valori comuni di riferimento); in questo caso, prima si è proclamata la coalizione e poi si è cercata disperatamente la piattaforma valoriale comune. Il tutto per poi scoprire che, se non è corretto dire che proprio non esiste, è una via estremamente stretta.
Dal modello USA alla casa comune mai costruita
Lo dico da uomo di destra che guarda a certe forzature con il distacco di chi non si riconosce in quella baracca, ma con il rigore intellettuale di chi riconosce l’assurdità della formula, proiettata su qualunque schieramento.
Noi guardiamo agli Stati Uniti dove le primarie sono strutturate con rigore, dove gli elettori si registrano preventivamente per partito e votano all’interno di steccati definiti. Ma qui ci troviamo di fronte a una miscela eterogenea dove si pretende di decidere la geopolitica internazionale a colpi di gazebo.
Le primarie si fanno sulle sfumature, sui dettagli amministrativi, sulla gestione dell’ordinario e sulle proposte concrete di governo. Nessuno può pensare di arrendersi e di delegare un principio fondante solo perché perde una consultazione. Se il pacifismo dei 5 Stelle è un dogma identitario, non può essere ridotto a un mero strumento tattico per vincere una conta, pena il tradimento immediato della propria base o lo smantellamento immediato del tavolo.
Quando si parla di princìpi e di cose serie non si può pensare che la costruzione del programma avvenga facilmente in itinere. Bisognava negli anni gettare le basi di una casa comune.
A quel punto il leader è l’ultima cosa che si può scegliere, sempre tramite congressi o elezioni interne, ma tutto questo perché comunque – chiunque si candidi – si riconosca in un programma comune, in certi valori irrinunciabili, in certe linee guida che sono state già stabilite e che non sono oggetto di discussione. Allora è facile perché basta solo guardare a chi ha più possibilità di battere l’avversario per la scelta del leader, ma princìpi e valori sono in salvo.
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