Caro benzina, logistica in ginocchio. Serve una misura strutturale sul modello di quella della Spagna
di ENRICO FOLGORI, presidente Federazione europea operatori logistica integrata
La crisi iraniana, con il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, sta producendo effetti gravissimi sull’economia europea e italiana, in particolare sul settore del trasporto e della logistica. L’aumento del prezzo dei carburanti non ha solo messo in difficoltà i bilanci delle famiglie italiane, ridimensionando ulteriormente il potere di acquisto di quello che una volta era il ceto medio e che oggi sta progressivamente sparendo.
L’aumento del prezzo dei carburanti, in particolare del diesel, si è tradotto in un aggravio delle spese per le aziende di trasporto, che molto presto finiranno con il trasferiti sui consumatori, contribuendo ad aumentare l’inflazione. Il governo finora ha provveduto a tagliare le accise con provvedimenti emergenziali, l’ultimo arrivato la scorsa settimana per salvare il controesodo e il rientro degli italiani dalle vacanze. Un’opera senza dubbio meritoria, ma insufficiente se, come molto probabile, la crisi iraniana dovesse durare ancora a lungo.
Servono provvedimenti strutturali per affrontare il problema del costo dei carburanti, strettamente connesso a crisi internazionali che non sembrano essere di prossima risoluzione. L’idea di tassare gli extraprofitti regge fino a un certo punto. Perché il problema è più grave e non riguarda solo il potere di acquisto delle famiglie. Tutto il sistema della logistica e del trasporto è in ginocchio e, dopo mesi di sofferenze, non ce la fa più ad andare avanti, vedendo aumentare i costi e conseguentemente marginalizzarsi guadagni e profitti.
Serve una misura strutturale come quella introdotta in Spagna: inserire nei contratti di trasporto una clausola di adeguamento dei costi ogni volta che sale il prezzo dei carburanti. Per farlo basterebbe una legge, che consentirebbe di aumentare la quota di costo del carburante sul prezzo del trasporto ogni volta che aumenta il costo del gasolio, ormai arrivato a 2,2 euro al litro. Il problema è di una intera filiera e come tale va trattato: se i contratti di trasporto non potranno essere automaticamente adeguati all’aumento del gasolio, decine di aziende entreranno in crisi e migliaia di lavoratori rischieranno di finire sul lastrico.
Per questo serve una norma che consenta di trasferire una parte della variazione del prezzo del carburante sul prezzo del trasporto e sui relativi contratti, una revisione da attuare quando il costo del carburante varia tra il momento della conclusione del contratto e quello della effettiva esecuzione del viaggio. Naturalmente, tale clausola varrebbe anche al contrario: al diminuire del prezzo del gasolio diminuirebbe anche il valore del contratto, con l’obbligo di indicare tale variazione in fattura.
La Spagna lo fa da anni e ha rinforzato questa misura recentemente. All’inizio si prevedeva una quota fissa del 5%: quando il carburante raggiunge un aumento del 5% scatta la revisione automatica del contratto. Nella nuova formulazione invece si tiene conto anche dell’incidenza della variazione a seconda del viaggio, del tipo di trasporto e del tipo di mezzo. Insomma, tale variazione non è più automatica.
Un esempio da seguire. Il governo dovrebbe valutare seriamente un decreto legge che introduca in via d’urgenza una riforma vitale per il sistema della logistica e del trasporto e per evitare una pericolosissima crisi di sistema i cui segnali sono già evidenti.
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