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Attualità

Garlasco, dal processo in tv al tribunale social

Un'arena collettiva dove la verità processuale ha ceduto definitivamente al voyeurismo di massa. Va bene ogni possibile colpevole

di Angelo Vitale -


Chi si ricorda ancora del caso Garlasco nel 2007? Erano i tempi in cui viaggiava sui binari rassicuranti della TV generalista: il celebre plastico di Bruno Vespa condito da criminologi d’ordinanza.

Giustizia – spettacolo calata dall’alto

Lo spettatore consumava la tragedia dal divano, la “TV del dolore”. Vent’anni dopo, quell’architettura non è morta, ma si è trasformata in qualcosa di dirompente: il tribunale social.

La parola d’ordine è diventata “disintermediazione”. In termini diretti, passare dalla Messa cantata in cattedrale con “sacerdoti” in giacca e cravatta negli studi televisivi, – «Porta a Porta» o «Quarto Grado» – al libero karaoke di quartiere.

Nel nuovo ecosistema ciascuno prende il microfono, “legge le carte” e canta la sua sentenza. L’autorità dei periti si è sgretolata di fronte all’orizzontalità della rete, dove la tecnica cede al consenso cieco dell’algoritmo.

Un “romanzo collettivo”

Lo ricordano i dati Censis e le ricerche sociologiche Luiss sulla media logic: il crimine non è più un fatto da accertare con metodo, ma un romanzo collettivo da montare in streaming. È così che entrano in scena figure una volta inesistenti: i true crime creator e gli investigatori da tastiera.

Pensiamo alla youtuber Bugalalla Francesca Bugiotti o a canali come «Archivio True Crime» di Gian Guido Zurli e «La Eli». Lavorando su cartelle condivise in Google Drive con i verbali declassificati e spulciando vecchi profili Facebook, questi streamer trasformano il fascicolo processuale in un’esperienza partecipativa.

Scoop quasi casalinghi — la foto del giovane Andrea Sempio o i file sul pc di Chiara – nati e cresciuti nella bolla digitale per poi rimbalzare nei programmi di punta della TV generalista come «Ore 14» su Rai 2 o «Quarta Repubblica».

Non è una frattura, ma una perfetta osmosi circolare. La TV alimenta i social, i social riempiono i palinsesti. Il risultato finale è stato una giustizia tribale. Tifoserie contrapposte di “innocentisti” e “colpevolisti alternativi”, che trasformano la presunzione d’innocenza in una caccia ai like. Un’arena collettiva dove la verità processuale ha ceduto definitivamente al voyeurismo di massa. Un tribunale nel quale va bene ogni possibile colpevole.

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