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Caso Nordio-Ranucci, la libertà di stampa non è poter dire qualsiasi cosa, a prescindere che sia vera o meno

di Eleonora Manzo -


Nel teatrino permanente della politica italiana, dove ogni polemica viene subito travestita da battaglia di civiltà, il caso Ranucci-Nordio merita un supplemento di lucidità. Perché qui il punto non è, come spesso si cerca di raccontare con pigra furbizia, scegliere tra libertà di stampa e censura.

Il punto è un altro, molto meno eroico e molto più concreto: la libertà di stampa non coincide con la libertà di dire qualsiasi cosa, soprattutto se i fatti risultano inesatti o non veritieri.

Siamo ormai prigionieri di un riflesso condizionato: basta che un giornalista venga contestato, ed ecco partire l’allarme democratico, le fanfare sulla stampa imbavagliata, il repertorio completo della martirologia professionale.

Ma una democrazia matura dovrebbe distinguere tra il diritto sacrosanto di informare, criticare, indagare e persino infastidire il potere, e l’idea un po’ truffaldina secondo cui il mestiere giornalistico garantirebbe una sorta di immunità preventiva rispetto alla verifica dei fatti.

No, non funziona così. Non dovrebbe funzionare così. Se un’inchiesta, un servizio o una ricostruzione contengono elementi sbagliati, lacunosi o addirittura non corrispondenti al vero, il tema non è la lesa maestà del giornalista, ma la qualità dell’informazione offerta ai cittadini.

E se il diretto interessato reagisce annunciando querele, come ha fatto il ministro Carlo Nordio, non siamo automaticamente davanti a un attentato alla libertà di stampa. Siamo, molto più banalmente, dentro un conflitto che una società liberale conosce bene: da una parte il diritto di cronaca, dall’altra il diritto alla tutela della reputazione quando si ritiene che siano stati diffusi contenuti falsi o diffamatori.

In questo quadro si inseriscono anche le parole di Giusi Bartolozzi, che ha contestato duramente il racconto di Sigfrido Ranucci, accusandolo di gettare fango senza avere fonti adeguate a sostegno delle sue ricostruzioni. Allo stesso tempo, Bartolozzi ha marcato una distanza netta da Nicole Minetti e da Cipriani, prendendo pubblicamente le distanze da entrambi nel tentativo di respingere ogni sovrapposizione personale o politica.

Anche questo passaggio, al di là del rumore polemico, riporta la discussione al suo punto essenziale: non l’intoccabilità di chi racconta, ma la solidità di ciò che viene raccontato.
Naturalmente nessuno è ingenuo.

In Italia la querela è stata spesso usata anche come manganello elegante, come deterrente per scoraggiare il giornalismo più scomodo. Esiste il rischio delle azioni temerarie, ed è giusto denunciarlo ogni volta che si presenta. Ma proprio per questo sarebbe opportuno non annacquare tutto nello stesso minestrone polemico. Non ogni reazione giudiziaria contro un giornalista è una rappresaglia liberticida; a volte è semplicemente la conseguenza di una contestazione precisa su fatti ritenuti inesatti.

Il nodo, allora, è tutto qui: l’informazione non si difende abbassando l’asticella della verità, ma alzandola. Un giornalismo forte non è quello che pretende di essere intoccabile, bensì quello che regge alla prova dei documenti, delle smentite, delle verifiche e, se necessario, persino delle aule di tribunale. Chi invoca la libertà di stampa per coprire eventuali errori fa un pessimo servizio proprio a quella libertà che dice di voler difendere.

Perché la stampa è libera davvero solo quando è anche credibile. Se diventa approssimazione, suggestione o racconto accomodato, smette di essere cane da guardia del potere e rischia di trasformarsi in una macchina di propaganda con l’autocertificazione morale incorporata. Ed è una metamorfosi piuttosto grottesca: il giornalista che chiede rigore a tutti, tranne che a se stesso.

Nel caso Ranucci-Nordio, dunque, prima dei cori da stadio sarebbe utile fare ciò che in questi casi si fa sempre meno: aspettare, verificare, leggere le carte e distinguere. Perché un conto è difendere la libertà di stampa, che resta un pilastro non negoziabile.

Altro conto è spacciare per intoccabile la diffusione di notizie inesatte o non veritiere. Le due cose non stanno insieme: confonderle è comodo, ma è anche un modo molto efficace per indebolire entrambe.


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