Caso Ranucci, se il “fuoco amico” diventa “un aiutino”
Se il mandante dell'attentato è colui che voleva farti primo ministro, la domanda sorge spontanea: chi ha tradito chi?
Sigfrido Ranucci nello studio televisivo della trasmissione Report
Nel mirabolante teatro dell’informazione italiana – il confine tra realtà e sceneggiatura di serie B si fa ogni giorno più labile – il “caso Ranucci” merita un posto d’onore in prima fila.
Caso Ranucci trend topic
Ribadiamo – è necessario – un presupposto. Per L’identità un attentato dinamitardo è un atto vile da condannare senza se e senza ma, i suoi responsabili devono marcire in galera.
Tuttavia, una volta spenta la miccia — a proposito, una miccia a combustione lenta, da “vecchia cava”, fatta per dare il tempo di allontanarsi e, pare, non certo per fare una strage – resta sul campo un groviglio di fumo che puzza più di bruciato politico che di tritolo.
Quando il “fuoco amico” smette di bruciare…..
Quando inizia a riscaldare la popolarità, cambia nome. Diventa un “aiutino”. Qui nella narrazione si impone come un monumento la figura di Valter Lavitola. Non un nemico giurato, non un sicario dei poteri forti, ma — per ammissione dello stesso conduttore di Report — un “amico fraterno”.
Un personaggio che, stando alle indiscrezioni, non solo era di casa nella redazione di Report ma che avrebbe addirittura accarezzato l’idea di lanciare Ranucci verso Palazzo Chigi con tanto di sondaggi mirati.
Se il mandante dell’attentato è colui che voleva farti primo ministro, la domanda sorge spontanea: chi ha tradito chi?
Perché un amico dovrebbe piazzarti una bomba sotto l’auto a Pomezia, sapendo esattamente quando saresti stato lì (nonostante le tue abitudini irregolari), se non per trasformarti definitivamente in un martire vivente, in un eroe della resistenza mediatica da 2,6 milioni di follower?
I numeri, d’altronde, Ranucci li rivendica con orgoglio: milioni di visualizzazioni e un successo strepitoso sui social – 50mila firmatari di GiùlemanidaReport, comunque, sono solo il 2,5% del massimo degli spettatori di Report – proprio mentre si grida alla censura e alla solitudine. Una “solitudine” affollatissima, che riempie le piazze e i trending topic.
Il vero capolavoro di equilibrismo del senso comune
Arriva poi con la denuncia per rivelazione di segreto d’indagine. Qui il sarcasmo diventa d’obbligo. Vedere la redazione di Report, che ha fondato il proprio intero metodo d’inchiesta sulla pubblicazione di brogliacci, intercettazioni fresche di stampa e documenti “coperti da segreto”, correre dai magistrati perché qualcuno ha osato pubblicare estratti di atti che li riguardano, è una scena che rasenta il sublime.
I paladini del “diritto di cronaca senza confini” improvvisamente scoprono il valore della riservatezza investigativa e denunciano il “pregiudizio reputazionale” derivante dall’uso parziale e strumentale degli atti. In pratica, il segreto d’ufficio è un elastico che può stringere solo alcuni colli.
Quando tocca a loro
Diventa una violazione inaudita che danneggia le indagini. Un cortocircuito logico che fa impallidire persino le trame dei ristoranti romani come il “Cefalù”, dove Lavitola e i suoi misteriosi “amici” televisivi (insomma, diteci chi è questo fantomatico “Corrado”) tessevano tele ancora tutte da chiarire.
Mentre FdI interroga sulla sparizione di vecchie puntate riguardanti le mascherine Covid e la Rai risponde con la noia burocratica dei diritti scaduti, resta l’immagine di un giornalismo che si dichiara sotto assedio ma che, nel frattempo, sembra beneficiare enormemente del caos che lo circonda.
Se l’attentato di Lavitola doveva essere un’offesa, somiglia terribilmente a un maldestro favore tra amici. E se la verità è davvero figlia del tempo, speriamo solo che non debba passare per una miccia troppo lunga.
Perché a forza di giocare con il fuoco (amico), il rischio – lo ha capito il legale di Ranucci – non è solo quello di scottarsi, ma di finire per sembrare i registi della propria stessa santificazione.
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