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Giustizia

Il Sillogismo Infranto: Se il “Ragionamento” si Sostituisce alla Prova

Giustizia e diritto: quando il ragionamento del giudice sostituisce la prova mancante. Un’analisi sulle storture del processo penale e il caso Garlasco

di Anna Tortora -


Esiste un confine sottile, eppure invalicabile, che separa l’ermeneutica giudiziaria dal puro arbitrio creativo. È il confine dove il diritto incontra la logica formale e, troppo spesso nell’ultimo ventennio, ne esce sconfitto. Il processo penale italiano sembra aver smarrito la sua bussola epistemologica, trasformandosi da rito di accertamento del fatto in un esercizio retorico di “colmatura” dei vuoti.

Il magistrato e già senatore Luigi Bobbio ha scolpito con precisione chirurgica la natura di questa deriva, ricordandoci che:
“Il ragionamento nel processo penale dovrebbe essere consentito ai magistrati solo per legare più prove tra loro e al fatto. Dovrebbe essere vietato in ogni altro caso, in specie quando è teso a sostituire prove mancanti.”
Questa affermazione è un sano richiamo alla responsabilità ontologica del giudicante. Quando il ragionamento pretende di farsi “fonte autonoma”, quando viene utilizzato per “sostituire” ciò che manca nel compendio dibattimentale, il processo abdica alla sua funzione e scivola pericolosamente verso il verdetto ideologico.

Il “Caso Stasi” e la Malattia del Sistema

La vicenda di Garlasco rimane la ferita aperta di una giustizia che non accetta il limite del dubbio. Come sottolineato con forza dall’avvocato Giandomenico Caiazza, la condanna di Alberto Stasi — giunta dopo ben due assoluzioni e basata sul medesimo materiale probatorio — rappresenta il fallimento plastico del principio del “ragionevole dubbio”.
L’unica verità che dobbiamo trarre da quella vicenda è che un sistema che consente di condannare chi è già stato assolto due volte è un “sistema malato”. È la dimostrazione che, se si permette al “ragionamento” di scavalcare l’assenza di prove certe, si produce solo sconcerto e una catena di vite spezzate.

L’Anomalia dell’Appello contro l’Assoluzione

In un ordinamento che voglia dirsi civile, l’appellabilità delle sentenze di assoluzione da parte della Procura appare come un residuo di una concezione autoritaria dello Stato. Se un giudice ha già sancito l’insufficienza delle prove, la partita dovrebbe considerarsi chiusa.
Invece, in un Paese pervaso da un giustizialismo viscerale, l’assoluzione viene percepita come un errore da vendicare. È difficile credere che qualcuno si adopererà per cambiare questi precetti, finché la cultura del sospetto prevarrà sul “culto sacrale e non derogabile della presunzione di innocenza”

L’Umiltà del Giudice

Il recupero della legalità passa necessariamente per l’umiltà. Se il ragionamento del giudice non serve a legare prove esistenti, ma a inventarne di logiche per coprire i buchi dell’accusa, la giustizia si trasforma in inquisizione. Il nostro Paese ha un bisogno vitale di recuperare la grandezza del Giudice che, citando Caiazza, “sappia arrestarsi dinanzi al dubbio”. Senza prove, il silenzio della legge è l’unica sentenza onesta.

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