Ceuta, Melilla e il Sahara: la vera partita dietro la crisi dei 60mila migranti
La pressione migratoria sul confine spagnolo non è un incidente né un'emergenza improvvisa: è lo strumento di una strategia geopolitica
La cosiddetta “crisi” dei 60mila migranti africani in territorio spagnolo è, in realtà, il risultato di una pressione orchestrata da Rabat. Non un fenomeno spontaneo, ma un messaggio politico. Il Marocco, forte del sostegno statunitense e dell’alleato israeliano, riconosciuto ufficialmente nel 2020 con la firma degli Accordi di Abramo, mira a consolidare la propria influenza regionale rivendicando tre dossier strategici: Ceuta, Melilla e il Sahara Occidentale.
L’obiettivo non dichiarato ufficialmente è costruire il progetto del “Grande Marocco”, ridisegnando la mappa del Nord Africa e indebolendo la presenza spagnola ed europea nel Mediterraneo occidentale. La leva utilizzata è l’immigrazione di massa come strumento di pressione geopolitica.
L’allarme ignorato: i servizi spagnoli avevano previsto tutto
Secondo la stampa spagnola, l’intelligence aveva avvertito il governo di Madrid con largo anticipo. I servizi segreti avevano segnalato movimenti sospetti, prove generali di attraversamento e un afflusso anomalo di autobus verso Castillejos, la città marocchina a ridosso del confine con Ceuta. Tutti segnali che preannunciavano un’ondata migratoria coordinata.
Le celebrazioni della “Festa del Trono”, momento simbolico per la monarchia marocchina, erano state indicate come possibile occasione per un “gesto di generosità” del re Mohammed VI. Ma quell’atto, interpretato dai servizi come un preludio a un’azione politica, si è trasformato in un flusso di migliaia di persone spinte verso la frontiera. Per dieci giorni, circa mille migranti hanno raggiunto Ceuta via mare: incursioni di prova, secondo gli 007, ignorate dal governo spagnolo.
Ceuta è una chiave strategica del Mediterraneo
Ridurre quanto accade nell’exclave spagnola a una disputa storica o a un problema migratorio significa non cogliere la posta in gioco. La città autonoma, insieme a Melilla e alla rocca di Gibilterra, rappresenta uno dei punti di controllo più sensibili del Mediterraneo. È la porta occidentale del mare, il passaggio obbligato tra Atlantico e Mediterraneo. Perdere questa regione significherebbe alterare gli equilibri geopolitici dello Stretto, indebolendo la capacità europea di controllare uno snodo marittimo cruciale per traffici commerciali, rotte energetiche e movimenti militari.
L’asse Washington-Tel Aviv-Rabat e la strategia sullo Stretto
In questo quadro, le mosse del Marocco, sostenute dagli Stati Uniti e da Israele, assumono un significato più ampio. La creazione di un “secondo corridoio” nello Stretto di Gibilterra, gestito direttamente da Rabat, ridurrebbe la dipendenza dell’asse Washington-Tel Aviv dalle decisioni europee e dal controllo spagnolo.
Un Mediterraneo occidentale con un Marocco più forte e più assertivo, legittimato da alleati globali, cambierebbe la geografia del potere nella regione. E la pressione migratoria, lungi dall’essere un’emergenza umanitaria, diventa così un’arma geopolitica calibrata.
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