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Che fine hanno fatto i bar?

La decimazione delle attività di vicinato: ecco perché ne chiudono sempre di più

di Giovanni Vasso -


Il rito italiano per eccellenza, quello della colazione al bar, rischia di sparire. Intanto, a scomparire, sono proprio i bar. Una rilevazione di Confesercenti lancia l’allarme e lo fa numeri alla mano. Dal 2019 a oggi hanno chiuso i battenti oltre 24mila attività. Nel 2019, epoca che pare lontana secoli, in cui c’era praticamente un locale ogni duecento metri e la parola “pandemia” era relegata ai libri di storia, in Italia operavano poco meno di 170mila imprese. Per la precisione 169.839.

La decimazione dei bar

Sei anni dopo, quando il Covid ha lasciato spazio alle guerre e alle crisi energetiche, sono più che decimati. Ne sopravvivono, infatti, poco più di 145mila, a voler essere puntigliosi 145.766. In pratica il 14,2% dei bar italiani ha chiuso. E no, non è un problema che riguarda solo la (solita) provincia da cui i giovani scappano e che si va desertificando. È un tema centrale anche per le grandi metropoli. È, in fondo, un altro racconto della clamorosa epidemia che ha falcidiato il commercio di vicinanza.
Se i negozietti subiscono la concorrenza (spietata e talora sregolata) delle major digitali, cosa succede ai bar che si vedono costretti, sempre più a chiudere? Semplice, son cambiati i tempi. I prezzi sono aumentati, fin troppo, e gli italiani rinunciano ai riti che, da sempre, accompagnano la nostra vita sociale. La colazione al bar, per esempio. Oppure l’aperitivo. Anche un semplice caffè, oggi, costa (molto) di più rispetto a qualche anno fa.

Quanto costa il caffé

Lo ha sentenziato Altroconsumo che, in uno studio, ha riferito degli aumenti (spaziali) che hanno interessato la tazzina più amata. Dal 2021 al 2025, secondo l’organizzazione dei consumatori, il prezzo al consumo del caffè è schizzato del 44 per cento. Solo nell’ultimo anno si è assistito all’impennata che ha portato i costi ad aumentare addirittura di un quinto, +21 per cento. Se la materia prima sale, aumentano pure i costi fissi che i baristi devono affrontare. A cominciare dalle bollette dell’energia. Il risultato è che bere un caffè al bar costa, oggi, mediamente tra il 15% e il 35 per cento in più di quanto costasse nel 2021. Certo, il conto cambia da città in città. Ciò che resta immutato sono i rincari che hanno portato il caffè al banco a costare non meno di 1,2 euro con punte che raggiungono anche gli 1,40 euro o addirittura l’euro e mezzo.

La concorrenza spietata

Questo, però, non sembra spiegare tutto. Secondo l’analisi di Confesercenti, infatti, ci sono anche altri fattori che pesano sul fatturato dei bar. C’è lo smartworking, per esempio, che avrebbe diminuito il “traffico” dei centri urbani. C’è poi il costo del lavoro che resta alto a fronte di scontrini medi sempre più contenuti. Ci sono, poi, le abitudini che cambiano. A cominciare dagli orari, per proseguire poi coi rider pronti a ogni ora del giorno e della notte a consegnare direttamente a domicilio di tutto e di più. Last but not least, la concorrenza della “distribuzione moderna”. Cioè (anche) dei distributori automatici che si trovano ormai in ogni angolo di ogni città.
Il conto (salato) non è solo per i bar. È per tutta l’economia italiana. La stima Confesercenti restituisce un quadro in perdita per ben 7,2 miliardi di euro. Nessuno ci guadagna: l’economia non gira, i bar non fatturano, lo Stato non incassa. E il rito italiano per eccellenza, quello della colazione al bar, rischia di diventare sempre più un lusso per ricchi.


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