La sindrome del termometro rotto: «Citizen Vigilante» e il vicolo cieco della censura europea
Il caso «Citizen Vigilante» di Uwe Boll: tra censura e rabbia sociale, l'Europa si interroga sui limiti del cinema e sul collasso della sicurezza
Censurare un’opera non significa cancellare la realtà che l’ha generata; significa semplicemente ammettere di non avere gli strumenti intellettuali e politici per governarla. L’ultimo cortocircuito del paternalismo europeo si consuma attorno a Citizen Vigilante, la pellicola diretta da Uwe Boll e interpretata da Armie Hammer. Un film che in Italia viaggia ancora sottotraccia, confinato nelle autostrade digitali e delle piattaforma , ma che in Germania ha già provocato un terremoto istituzionale. La colpa del film? Aver sferrato un pugno nello stomaco a un establishment che ha fatto del conformismo la propria linea di difesa.
La trama non concede sconti né mediazioni ideologiche. È la cronaca di un collasso: una ragazzina di quattordici anni viene stuprata da un giovane immigrato che, grazie alle maglie larghe del sistema giudiziario, riesce a farla franca. È a questo punto che si consuma la frattura sociale: lo Stato si ritira, il vuoto di potere viene occupato dal “Vendicatore”. Un uomo comune che si presenta a casa della famiglia del carnefice stringendo una pistola con silenziatore. Prima di fare fuoco, urla una domanda che suona come un atto d’accusa culturale: «È questa l’educazione che insegnate? A stuprare le nostre ragazze?». La scena è terrificante, priva di filtri: lo sterminio della famiglia prima, l’attesa metodica in casa e l’esecuzione degli amici che arrivano uno ad uno.
La reazione delle autorità tedesche è stata immediata e prevedibile: il film è stato bollato come “xenofobo” e privato della classificazione per età, un espediente burocratico che di fatto ne decreta il bando dalle sale. È il solito riflesso pavloviano del progressismo continentale: quando una storia racconta il fallimento delle politiche di sicurezza e le consequences disastrose di un’immigrazione fuori controllo, la soluzione non è aprire un dibattito, ma rompere il termometro per far finta che la febbre sia passata.
Si preferisce silenziare le domande piuttosto che confessare l’assenza di risposte. Ma la vera questione democratica che Citizen Vigilante solleva non risiede nella condivisibilità o meno della sua violenza espressiva. La domanda da porsi è un’altra: perché le élite progressiste hanno così tanta paura che i cittadini guardino un’opera e giudichino con la propria testa? Guardalo. Giudica con la tua testa. Ne parleremo. Ovviamente è stato censurato in Germania. Ma, per citare Luigi Bobbio, il pensiero è come il mare, non lo puoi imbrigliare.
La memoria asimmetrica e il coraggio della verità
L’industria culturale soffre di una profonda e palese asimmetria nella propria memoria collettiva. Un tempo i film raccontavano il disgustoso razzismo subito dalle persone di colore, riconoscendo all’arte il diritto-dovere di essere uno specchio urticante della società. Oggi, invece, di fronte alle contraddizioni evidenti e dolorose delle nostre periferie multiculturali, si sceglie la via del dogma e della rimozione. Perché ora non si vuole parlare di ciò che, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti?
La lezione di Hannah Arendt ci ricorda che la banalizzazione del male è il male stesso. E oggi la banalizzazione più pericolosa si traveste da codice di condotta morale, da politically correct eletto a scudo per non guardare la realtà. Inutile censurare, la verità resta tale e non si cancella con un decreto burocratico.
Citizen Vigilante rientra nella categoria dei film di Boll più riusciti ed è essenzialmente un violento vigilante movie con lo stesso spirito reazionario e catartico dei vigilante movie che spopolavano negli anni ‘70 e ‘80, costringendo a guardare nell’abisso della rabbia sociale contemporanea. Si può rifiutare il film, si può condannare la violenza del regista, ma non si può recintare il pensiero di chi chiede, semplicemente, di poter guardare e capire da solo.
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